ADELCHI, Tragedia di Alessandro Manzoni con un Discorso sur alcuni punti della Storia Longobarda in Italia. Milano, per Vincenzo Ferrario, 1822, in 8.°
Le opinioni manifestate dal sig. Manzoni nell'impresa da lui tentata di confutare il Sismondi, inducevano gli ammiratori del suo poetico ingegno a temere, che trattando egli, come ne suonava il grido, la caduta de' Longobardi in tragedia, appigliar non si volesse al partito più contrario alla verità istorici ed alla rettitudine dei giudizj che la poesia dee inspirare nel popolo. Imperciocchè, infetta esser doveva a' suoi occhi d'un incancellabil peccato la generazione de Longobardi, come quelli che volendo in un solo dominio ridurre l'Italia, acremente aveano contrastato l'ingrandimento temporale de' Papi, e tirato quindi sopra di se il loro odio (I). Ed avverato con grande loro rincrescimento fu quel timore.
Ma d'altra parte il generoso spirto che alberga nelle membra all'autore del Conte di Carmagnola non poteva, a malgrado della preoccupata sua mente, non trarlo a sentire quanto lagrimevole fosse riuscita all'Italia l'estinzione del regno longobardo e la vittoria di Carlo.
Questa giostra fra il pregiudizio traente la sua origine da rispettabili fonti, e fra il grido della verità uscente dall'intimo cuore, trapela in ogni verso della Tragedia, ed è la celata cagione di quell'assoluta mancanza d'interesse che generalmente viene imputata all'Adelchi. Se l'Autore avesse risolutamente preso le parti italiane ed abbominato l'usurpazione di Carlo: ovvero s'egli, animato da altro spirito (chè eziandio il fanatismo è favorevole alla poesia), ci avesse dipinto i Longobardi, riprovati ed abbandonati da Dio per la perfida lor lotta col suo Vicario qui in terra, egli avrebbe spirato ne' leggitori, anche di pensamento più opposto, la passione di cui sarebbe stato invaso egli stesso scrivendo, ed avrebbe ottenuto la perturbazione degli affetti, fine principale d'ogni tragedia.
Dalla stessa sorgente è pure derivato il Discorso sopra alcuni punti della storia longobarda posto in calce alla Tragedia, nel quale l'Autore adopera tutta l'acutezza del suo ingegno per liberarsi, forse più al cospetto di sè stesso che a quello de' suoi leggitori, dalla taccia di aver celebrato la più orrenda sventura che nel corso di venti secoli si sia rovesciata sopra la Italia.
Il sig. Manzoni si sforza in questo Discorso di mostrare che in Italiani non s'erano trasmutati i Longobardi. Ma dal giorno che, condotti da Alboino, essi abbandonarono agli Avari le natie loro sedi per passare con tutte le loro famiglie in Italia, sino alla rovina di Desiderio, avvenuta più di due secoli dopo, ebbero essi forse altra dimora se non l'Italia, altra patria fuori che questa? Serbavano essi forse qualche stazione, qualche legame al di là delle Alpi? Traevano essi forse fuor dell'Italia le mogli, mandavano essi ad educare fuori d'Italia i lor figli? No certamente; ferma stanza essi piantarono in questa terra e l'adottaron per propria; e la stessa loro favella cangiarono colla latina già imbarbarita da' Goti, e che più imbarbarirono, e lo stesso Arrianesimo abbiurarono per avere anche la religione comune cogli altri abitatori dell'Italia; nè dell'antiche loro costumanze altra conservarono che l'uso de' lunghi capelli. Quale schiatta, dopo sette generazioni, nate, cresciute ed estinte in una contrada, senza mantenere alcun vincolo cogli stranieri, non diviene naturale di un paese ed indigena? L'Autore, per difendere una contraria opinione, cita l'esempio de' Turchi, rimasti Turchi dopo più di tre secoli di accampamento in Europa, e quello de' Mori per più lungo tempo ancora dimorati in Ispagna. Ma questi esempi medesimi si armano in disfavore della sua sentenza. Imperciocchè la sola diversità della religione ha mantenuto la invincibile diversità che tuttora sussiste tra i Greci e fra i Turchi: e le popolazioni greche dell'Albania, che abbracciarono l'Islamismo, di poco si distinguono dalle schiatte discese del Caucaso: e da puro sangue greco veniva quel fiero Alì Pascià di Giannina, che sì terribili e recenti prove diede della ferità musulmana.
Lo stesso pure avvenne de' Mori della Spagna, i quali conservarono perpetue relazioni di amicizia e di sangue co' Saraceni dell'Affrica, nè mai si congiunsero cogli Spagnuoli, rimasti fedeli al culto del Dio crocifisso. E quanto alla Spagna, ben meglio si potrebbe allegare l'esempio de' Goti, i quali professando una stessa religione che i natii, talmente con loro si mescolarono, che ancor al presente le più nobili famiglie di quel reame si vantano che il puro sangue goto nelle vene loro discorra (I).
Nè altrimenti col volgere di alcune generazioni intervenne de' Franchi, convertiti al Cristianesimo da Clodoveo, e de' Germani stanziati nella Britannia, che fondarono l'Eptarchia Anglo-Sassone.
Italiani erano pertanto i Longobardi al tempo della discesa di Carlo Magno in Italia, nella stessa guisa che ai Franchi ed ai Galli condotti da quel monarca si attribuisce una sola patria comune.
Nè il nome di Longobardi da essi conservato, serve punto ad affievolire la naturalità loro italiana, come non tolse alla naturalità dei Franchi nelle Gallie il nome da essi cangiato a quel poderoso reame; anzi come il nome che serbano di Lombardia queste province non toglie ch'esse formino una bellissima parte d'Italia. Qualche secolo dopo la conquista dell'Inghilterra fatta da Guglielmo il Normanno, i magnati di quel paese s'intitolavano ancora "Nobili Inglesi, di prosapia Normanna".
Più forte argomento in apparenza trae l'Autore dalla diversa condizione in cui durarono gli antichi ed i nuovi abitator dell'Italia. E qui a noi pare che l'istoria del medio evo sia coperta d'un inestricabile velo. Ma se gettato egli avesse un più diligente sguardo sopra tutte le contrade dell'Europa ove posero dimora gl'irresistibili figli del norte, egli avrebbe potuto scorgere uno stesse sistema per ogni dove seguito, nelle Gallie e nella Britannia, nella Spagna e nell'Italia. I Romani, trionfatori del mondo, adottavano i Numi delle genti domate, ne cangiavano i costumi, le leggi e la favella, ed in benefizio trasformavano la sventura della conquista; sì che a lungo andare le nazioni, dimentiche dell'antica indipendenza, si gloriavano di far parte del popolo dominator della terra. Ma i settentrionali, aspri come il lor clima, rozzi come le loro foreste, a ben altre norme si attennero. Sospingendo al di là di ogni misura il terribile diritto della guerra, essi reputarono proprietà loro il suolo del paese acquistato coll'armi, e gli averi di chi lo abitava. I seguaci de' barbarici duci divenivano i principali proprietarj de' terreni ed i magnati della nazione. Tale origine ha la nobiltà inglese, francese e spagnuola, ed alle repubbliche de' tempi di mezzo si dee ascrivere, se non tutta ha tale principio la nostra. Quando Guglielmo il Conquistatore ebbe occupato l'Inghilterra, egli la divise in tante migliaja di feudi che diede in dono a' valorosi suoi venturieri. Non molto diversamente si diportarono i Longobardi in Italia, i quali però non usurparono tutte le terre, e si mostrarono i men feroci di tutti i Barbari; come di tutti i più giusti si mostrarono nella loro legislazione (I).
Queste spogliazioni, violente al principio ed ingiuste secondo i nostri principii, ma fondate allora sul generale esempio, legittimate vennero di poi dal lungo possedimento; nè più legittime certo sono le attuali proprietà di molte famiglie italiane, provenienti da ingiuste confiscazioni ed illegali sequestri del secolo decimosesto e decimosettimo. Aggiungasi che il rammarico della perdita de' beni, e il sentimento dell'ingiustizia provata, possono bensì passare da' padri ne' figli, ma difficilmente si trasmettono a' nipoti, poichè il fatto è quella essità a cui l'uomo più facilmente soggettasi, e la potenza del presente è tale, che le rimembranze del passato ben presto si rompono contro all'irremovibil suo scoglio. Ora se tra i nobili Longobardi, da due secoli stanziati in Italia, e i discendenti da lignaggio italiano una differenza pur sussisteva, egli è la differenza che sussiste tra una classe privilegiata e tra le altre; differenza che regna tuttora in molte contrade europee, la quale però non impedisce che in ciascuna di esse contrade tutte quelle classi, insieme unite, non formino un popolo solo.
Che mite ed equo, e piacevole fosse il governo de' principi di schiatta longobarda, tutti lo affermano concordemente gli storici, ed a meno che l'Autor del Discorso non avesse arrecato fatti in contrario, egli non dovea confidare di gettar a terra con sottigliezze l'autorità del profondo Machiavelli, del savio Muratori, dell'investigativo Giannone, del Denina, a cui i Longobardi hanno fornito il miglior articolo delle sue Rivoluzioni d'Italia, del Zanetti che ne scrisse le Memorie, del diligentissimo Fumagalli, del Gibbon che trattò a fondo queste materie, e di una schiera di altri autori che si potrebbero all'uopo citare. Intorno a che conviene aver riguardo che quell'equità e quella piacevolezza non si hanno da intendere che relativamente all'indole de' tempi ed a' governamenti di allora; ben sapendosi da ognuno che la storia dee chiamar liberale in un'età quel principe che meriterebbe il titolo di tiranno in un'altra. Ora in favore de' Longobardi favellano e la gloria di Autari, e la pietà di Teodelinda che la tradizione ha fatto popolare anche al presente tra noi, la fermezza di Agilulfo nel frenare le violenze de' grandi, l'illuminata mente di Rotari legislatore provvidentissimo, la vigilanza di Ariberto per la buona amministrazione della giustizia, il valore di Grimoaldo, l'equità di Bertarido, la bontà di Cuniberto, la sapienza e giustizia di Liutprando, la magnanimità di Astolfo. E "questo vantaggio ebbero pure tutti i sudditi de' Longobardi, di vivere ciascuno secondo la legge della sua nazione, o abbracciar quella de' padroni se lor gradiva" (I).
Ma dalle stesse lettere de' Papi trarre si potrebbero in favore de' principi Longobardi più efficaci argomenti forse che non dalle pagine di Varnefrido, annalista della loro nazione (I).
Questi rapidi cenni, che le angustie di un articolo non ci concedono di fiancheggiare colle opportune citazioni e con più solidi ragionamenti, ci hanno tratto alquanto lungi dalla Tragedia a cui ora facciamo ritorno.
[...]
(I) Nella famosa lettera di Papa Stefano ai re Franchi, dopo di aver delineato quello strano ritratto de Longobardi che fa inarcar le ciglia per maraviglia agli storici, proibisce loro di far alleanza col sangue longobardo, ed aggiunge: Et si quis (quod non optamus) contra hujusmodi nostrae adjurationis, atque exhortationis seriem agree proesumserit; sciat auctoritate Domini mei B. Petri Principis Apostolorum anathematis vinculo esse innodatum, et a regno Dei alienum, atque cum diabolo, atque ejus atrocissims pompis, et ceteris impiis aeternis incendiis concremandum deputatum.
(I) "I Visigoti, sino al fine del 7.° secolo, si erano governati colle proprie lor leggi, mentre aveano conceduto alle vinte nazioni di ritenere il codice Romano. Egiza passò in rivista queste leggi, ed uni tutto il regno sotto una sola forma di giurisdizione, e la distinzione di Visigoti, di Romani, di Svevi, e di altri nomi egualmente splendidi e terribili, compiutamente fu cancellata. Gli abitatori divennero un popolo solo, e possono, da quel periodo, essere chiamati Spagnuoli". The History of Spain by F. Thurtle.
(I) Abbastanza giudiziose sono le leggi de' Borghignoni, ma più ancora lo sono quelle di Rotario e di altri principi Longobardi. Montesquieu, Spirito delle Leggi, l. 28.
(I) Denina. Leggi di Rotari.
(I) "La successione de' re Longobardi, dice il Gibbon, si contraddistinse per abilità e per valore. La turbata serie dei loro anni è adorna di grandi intervalli di pace, di ordine, di domestica felicità, e gl'Italiani godettero un più mite e più equo governo, che non verun altro de' regni fondati sulle rovine dell'Impero Occidentale".