[...]
"Tutto, dice l'Anonimo, in questa tragedia si volle offerirne l'eccidio di quegli sfortunati Reali; ma questo soggetto era egli degno, era egli capace d'una tragedia? E l'impressione che ne dee ricevere lo spettatore, può essere quella che giova fare sul popolo? Noi crediamo fermamente poterlo negare" –. E noi crediamo fermamente poterlo asserire. Chi sono quegli sfortunati Reali? Gl'invasori d'Italia. Qual è la cagione del loro eccidio? Le loro ingiustizie. Qual n'è l'effetto? La liberazione d'Italia? No: ma il giogo d'un nuovo invasore. Ai destini della longobardica dominazione s'avvincono i destini del popolo italiano; e l'impressione che dee da questa tragedia ricevere lo spettatore, non sarà quella che giova fare sul popolo? Trattasi d'un Regno possente dalla forza fondato, scrollato dalla ingiustizia, disciolto dal tradimento, dalla forza distrutto; e il soggetto degno non sarà, non capace d'una tragedia? Trattasi della servitù quasi fatale d'una intera nazione; e le sventure d'una nazione saranno men lamentabili delle sventure d'un uomo? Se primo il Manzoni pose in sulla scena cotesto nuovo subbietto di pietà e di terrore, gl'Italiani dovrannogliene sapere mal grado? (I)
Questa Tragedia non fa nel suo tutto né inorridire nè piangere; ebbene: ella fa pensare, e fa fremere. La luce o torba, o serena de' personaggi riflettesi sulle cose; dagli effetti la mente risale alle cause; il destin degli attori non ci commove tanto quanto l'aspetto orribile della scena sopra la quale egli agiscono. Quelle grandi virtù frustrale, quelle grandi ire impotenti, quelle ingiustizie impunite, que' tradimenti efficaci, e l'un con l'altro conserti, tutto rivoca la mente alla terribile verità che nel coro dell'Atto terzo vienci altamente nunciata. Non tutti possono, è vero, piuttosto non tutti vogliono risalire tant'alto; ma di ciò colpa forse ha il Poeta?
Se non che quello scopo morale che ad occhio men diligente non sembra visibile nel ragguardamento del tutto, può risultare evidente dalla contemplazion delle parti; e non foss'anche l'eccidio della famiglia d'Adelchi subbietto degno e capace d'una tragedia, può l'arte del Poeta averlo trattato di modo da rendere quella Tragedia ed utile al popolo, e a' dotti commendabile, e degna del nome italiano. Esaminiamo da questo lato il prim'Atto; e veggiamo quante verità sublimi, del culto popolare degnissime, ivi entro s'insegnino. [...]
Una tragedia illuminata di tali sentenze, non sarà tragedia che possa mettere alla moltitudine in cuore sensi di virtù e di giustizia?
[...]
Che Carlo nell'ultim'Atto non degni addurre pretesti al vinto inimico, e che chiaro si veggia come l'asilo dato ai nipoti, e il minacciato trono, fossero i soli motivi che, rinforzati dall'ambizione, gli posero in pugno le armi, non parmi da concedersi al tutto. Che Carlo si sdegni dell'asilo offerto a' nipoti è ben giusto; poichè niente, per quanto sappiam dalla Storia, niente avea fatto Carlo per meritar l'ignominia d'essere da quelli temuto siccome persecutore; nè Desiderio avea dritti da chiedere al Papa l'incoronazion de' nepoti, e allo zio per tal modo il bene acquistato solio rapire. Quella di Desiderio fu dunque piuttosto fiera ingiustizia, e Carlo, non pur come amico del Pontefice, ma come re di Francia, avea dritto di vendicarla.
Cotesta forse delle cagion del ripudio d'Ermengarda, fu l'una. Il Manzoni la tacque; nè vorremo di ciò commendarlo.
Vero è che la pietà d'Ermengarda ricade tutta in abbominio dell'uomo che l'ha rigettata. Ma dovea forse il Manzoni per ciò defraudar la tragedia e la verità di cotanto personaggio, quant'è quella donna innocente e infelice? Dovea defraudare l'arte tragica d'una nuova specie d'amore; io dico dell'amor coniugale, dalla Religione purificato, nobilitato dalla sventura? Dovea defraudare gli spettatori di quella sublime lezione, degli effetti funesti che trae l'ingiustizia de' Grandi fin sul capo della stessa innocenza? Lezione che il sapiente Poeta s'ingegnò d'esplicare in que' versi
Te dalla rea progenie
De' vincitor discesa
Cui fu prodezza il numero
Cui fu ragion l'offesa,
E dritto il sangue, e gloria
Il non aver pietà;
Te collocò la provida
Sventura in fra gli oppressi.
Muori compianta...
"Avesse almeno, dice l'Anonimo, questo re fatto conoscere che un immenso amore per la nuova sua sposa l'aveva traviato". Ma di questi immensi amori, che son già fracidi puntelli alla mediocrità de' moderni Tragici, le tragedie son piene di tutti coloro che in ciò che dicesi intreccio l'essenza del Bello tragico miseramente riposero.
Dalle cose dette ognun sente, se lamentarsi che il Carlo del Manzoni non simigli a quel Carlomagno che le favole della seconda barbarie dipingono, sia lamentarsi a diritto. Se il Carlo del Manzoni è quale cel pinge l'Istoria, Carlo non lascia però d'esser grande.
[...]
Sull'ADELCHI, tragedia di Alessandro Manzoni.
ARTICOLO TERZO ED ULTIMO.
Marmontel, cui l'egregio Censore vorrà, speriamo, concedere alcun grado d'autorità, se non come a scrittore di tragedie, almen come a giornalista, avea già, per buona ventura del Manzoni, antivenuta la più formidabile delle molte censure, con fatica a dir vero assai diligente, contro l'Adelchi accampate. "Comme le but de la poésie est de rendre, s'il est possible, les hommes meilleurs et plus heureux, un poëte doit sans doute avoir égard dans le choix de son action à l'influence qu'elle peut avoir sur les moeurs; et suivant ce principe on n'auroit jamais dû nous présenter le tableau qui entraine Edipe dans le crime, ni celui d'Eléctre criant au parricide Oreste: Frappe, frappe; elle a tué notre père. Mais cette attention générale à eviter les exemples qui favorisent les mechants, et a choisir ceux qui peuvent encourager les bons, n'a rien de commun avec la règle chimerique de n'inventer la fable et les personnages d'un poëme qu'après la moralité: méthode servile et impossible, si non dans les petits poëmes, comme l'apologue, où l'on n'a ni les grands ressorts du pathetique à mouvoir, ni une longue suite de tableaux à peindre, ni le tissu d'un intrigue vaste a former".
Che dice di questa verità il nostro Anonimo? Seguirà egli a gridare tuttavia: "Quest'odiato guerriero che trionfa, quella sventurata che muore, quel giovine re che la segue, quel vecchio più infelice di tutti che, sopravvivendo per piangerli, non potrà nemmeno versare le sue lagrime sui loro sepolcri, qual effetto lasceranno nell'anima degli spettatori, e dov'è quella tremenda giustizia poetica ch'è il necessario conforto de' buoni al doloroso spettacolo della prosperità de' malvagi"? La tremenda giustizia poetica! Ma e chi disse mai all'egregio Anonimo che cotesto Carlo sia veramente un malvagio? Travisar la questione, e poi combattere l'avversario, quest'è 'l più sicuro mezzo di aver sempre ragione.
Pur se taluno ama ancora sapere ove sia questa tremenda giustizia poetica, eccola compendiata nella semplice, ma sublime sentenza di Bossuet: "Rapporter les choses humaines aux ordres de cette Sagesse eternelle, dont elles dépendent". Quando Adelchi morente, al padre che sè medesimo accusa della morte di lui, risponde: Non tu nè questi (accennando Carlo)
Non tu nè questi, ma 'l signor d'entrambi,
non pure giustifica il fine della tragedia, ma lo nobilita e lo sublima. Gli altissimi sensi di Religione, che in quell'insigne lavoro risplendono fra le principali bellezze, e nel travolgere delle umane vicende l'intervento ci mostrano della tremenda giustizia celeste, fanno, sia detto con pace del nostro Censore, fanno parere troppo religioso lo scrupolo che l'assalse non forse questa tragedia potesse, siccome priva di scopo morale, nocere alla morale del popolo (I).
Ma giova udire che mai intendesse pel necessario conforto de' buoni al doloroso spettacolo della prosperità de' malvagi il filosofo d'Alembert: "Lucrèce, dic'egli, a en fait des efforts puor ôter un frein à la méchanteté puissante, et une consolation à la vertu malheureuse". Adunque il necessario conforto de' buoni non istà nel vedere un malvagio perseguitato, o ammazzato: questo non è necessario, ma inutile, vile, scellerato conforto. Il conforto vero è, dice Adelchi, quel Dio che di tutto consola; e d'Alembert lo conferma, d'Alembert, che non sarà certo imputato di bigottismo.
Ma quella sventurata che muore, quel giovine re che la segue, di qual fallo, segue a gridare l'Anonimo, di qual fallo son puniti? Rispondano i già citati versi del Coro, che giova alle orecchie dell'Anonimo ricantare:
Te dalla rea progenie
De' vincitor discesa
Cui fu prodezza il numero,
Cui fu ragion l'offesa
E dritto il sangue, e gloria
Il non aver pietà
Te collocò la PROVIDA
Sventura in fra gli oppressi:
Muori compianta...
Rispondano le sublimi parole d'Adelchi moribondo:
...Cessa i lamenti,
Cessa, o padre, per Dio! Non era questo
Il tempo di morir? Ma tu che preso
Vivrai, vissuto nella reggia, ascolta:
Gran secreto è la vita, e nol comprende
Che l'ora estrema. Ti fu tolto un regno;
Deh nol pianger, mel credi. Allor che a questa
Ora tu stesso appresserai, giocondi
Si schiereranno al tuo pensier dinanzi
Gli anni in cui re non sarai stato, in cui
Nè una lacrima pur notata in Cielo.
Fia contra te, nè il nome tuo saravvi
Con l'imprecar de' tribolati asceso.
Godi che re non sei; godi che chiusa
All'oprar t'è ogni via. Loco a gentile,
Ad innocente opra non v'è: non resta
Che far torto, o patirlo. Una feroce
Forza il mondo possede, e fa nomarsi
Dritto: la man degli avi insanguinata
Seminò l'ingiustizia; i padri l'hanno
Coltivata col sangue, e ormai la terra
Altra messe non dà. Reggere iniqui
Dolce non è; tu l'hai provato: e, fosse,
Non dee finir così? Questo felice,
Cui la mia morte fa più fermo il soglio,
Cui tutto arride, tutto plaude e serve,
Questi è un uom che morrà...
E se vuolsi risposta, non più eloquente, ma più venerabile, sia questa del grande Bossuet. "Dans ces terribles châtiments, qui font sentir sa puissance à des nations entières, il frappe souvent le juste avec le coupable, car il a des meilleurs moyens de les séparer, que ceux qui paroissent à nos sens. Les mêmes coups qui brisent la paille séparent le bon grain, et sous les mêmes châtimens par les quels les méchants sont exterminés, les fidèles se purifient". Ed altrove: "Dieu apprend aux rois ces deux vérités fondamentales, premièrement que c'est lui qui forme les royaumes pour les donner à qui il lui plait, et secondement qu'il sait les faire servir dans les temps et dans l'ordre qu'il a résolu aux desseins qu'il a sur son peuple".
Consideriamo or la cosa da un lato più prossimo a noi. Quali sono nelle Opere drammatiche i tratti che più commovono il popolo, che lo trasportano all'ammirazione e agli applausi, che svegliano per un istante ne' petti più vili lo spirito irresistibile della rettitudine e della virtù? Forse l'ultima scena della tragedia? Il sapere che un reo dovrà esser punito? Non già; ma quelle nobili, aperte, generose sentenze, che di cuore in cuore comunicano la scintilla della Verità, quasi lampo, cui la mente non può diniegare il suo assenso; che rappellano all'anima dell'uditore la propria privata esperienza, gli affetti, le gioie, gli affanni ch'egli ha sentiti in sè medesimo e sente (I): non insomma l'intrigo, non l'intreccio, non la catastrofe, ma quel Bello che splende dal Vero, quel Buono che si confonde al Sublime (2).
"On doit, dice Ramsay ragionando della Tragedia, tourner les maximes en action; montrer les grandes idées par un seul trait". Questo è il sommo del Bello Tragico; e questo si può, senza porre l'innocenza in un trionfo visibile, e, a dir così, materiale: basta mostrare, e mostrare con tutto il nerbo della facondia poetica, che l'innocenza è sempre maggiore della sua sventura, sempre più rispettabile della viltà fortunata. Ecco il conforto necessario del giusto, ecco la scuola del popolo, ecco l'artificio ed il fine della Tragedia perfetta. Sperare tra gli uomini un premio della virtù, è, troppo misera, troppo fallace speranza: la virtù e l'innocenza dee ravvolgersi, a così dire, in sè stessa, dee far suo teatro la propria coscienza ed il Cielo.
Cotesto nuovo genere di perfezione noi lo dobbiamo alla Religione in gran parte, del cui BELLO MORALE primo fra' Tragici profittando il Manzoni, ha segnato a' venturi un immenso cammino di grandezza e di gloria. Se non che questa stessa Religione, avendo fatte comuni nel popolo le più sublimi delle verità che potesse la pagana filosofia negli arcani delle sue scole insegnare, fa parer le sovrane sentenze che nella tragedia del Manzoni risplendono, le fa, dico, ai più parer comunali, e tolte quasi dall'apparato delle pubbliche conoscenze. Allorché nel teatro d'Atene sonavano la prima volta quell'alte sentenze: = La natura mortale non ha create le leggi: elle scendono giù dal Cielo; Giove Olimpio n'é l'unico padre = Oh padre, o re de' mortali e de' Numi, perchè crediamo noi miseri sapere, o potere cosa alcuna? La nostra sorte dalla tua volontà tutta pende =; quando, io dico, s'udivano ne' teatri per la prima volta sonate cosiffatte sentenze, il popolo ammirato dovea in que' poeti venerare i ministri del Cielo, che di verità sin allora o non conosciute, o non attese, a lui venivano ambasciatori. Ma quando il Manzoni fa dire al suo Carlo:
...A Dio si vòti
Questa impresa ch'è sua. Come i miei Franchi
A lui dinanzi abbasseran la fronte,
Tale i nemici innanzi a lor nel campo;
quando presenta in Adelchi un modello sì perfetto della filiale pietà (I), non può essere, qual dovrebbe, fervente la nostra maraviglia, poichè di sensi parimente sublimi ci ha sin dalla culla nutriti questa Religione, la cui sublimità e la dolcezza tanto più l'uomo sente quanto ha più grande l'ingegno, quanto ha più nobile il core.
[...]
Dalle cose dette pertanto consegue:
I.
Che, quantunque la poesia non sia l'eco dell'istoria, non dee ella però nuovi fatti inventare, che mutino in bene o in male il carattere del personaggio, e porli in bocca agli amici, o a' nimici di lui: ove questa menzogna non sia insolubilmente legata con la finzione del Nodo, nella quale il poeta è arbitro liberissimo (I).
II.
Che certe verità perigliose, la cui luce diffusa incautamente nel vulgo, potrebbe abbagliarlo piuttostochè illuminarlo, non dennosi porre in sul labbro a verun personaggio. – Il Teatro non dee correggere le idee, ma gli affeti: ond'è che una nazione avvilita, dimentica di sè medesima, che non sa nè stimarsi nè disprezzarsi quant'ella merita, non avrà mai un Teatro. Il Teatro per lei sarà scuola d'oscenità, di sciocchezza; non di virtù, non d'amore generoso degli uomini.
III.
Che le parole de' personaggi, cui si dona un Carattere o vile, o crudele , o scellerato, o perfido , od empio, non denno mai esser tali da far amare, nè in parte, cotesto Carattere. Le intenzion loro e le colpe deggiono bene avere una causa, senzachè la tragedia farebbe un contesto di inezie e di assurdità; ma la causa non dee essere scusa.
IV.
Che ci ha delle grandi passioni non inconciliabili con l'idea del Perfetto, io dico del Perfetto morale, che non è già il metafisico. Temere che la pazienza e le altre virtù delle quali la Religione si fece maestra, nocciano al bello tragico, è sciocco timore.
V.
Che il conservare fermo ed eguale in ogni atto, in ogni detto il Carattere di ciascuno de' personaggi, è ardua cosa: onde in ciò peccarono, più o men, tutti; anco i Sommi.
VI.
Che tenuissima linea di limite l'una passione dall'altra diparte: perciò le parole del personaggio che ponsi in iscena, ponno dall' ambizione facilmente trapassare all'orgoglio, dall'ira al furore, dalla veemenza de' rimproveri alla viltà degl'insulti.
VII.
Che se i personaggi sempre parlanti sono monotoni e freddi, i sempre agenti son freddi per altra cagione, e di più tenebrosi; mentre che c'occupano delle loro intenzioni, non dan loco agli affetti.
VIII.
Che il Carattere de' personaggi principali deesi porre bensì in piena luce, ma non sì che le loro parole paiano una continua parafrasi del cuor loro.
IX.
Che gl'interessi della Religione dennosi, il men possibile, collocare in iscena; poichè, per destare l'affetto, convien porli a contrasto, e ciò basta a profanarli. La Religione sia l'anima della poesia, non la veste; ella detti al poeta quelle divine sentenze ch'ha dettate al Manzoni, ma non ci mostri in iscena nè diaconi, nè monacelle.
X.
Che quelle sentenze che son come il centro della Tragedia, il di lei scopo morale, che sono in somma (si perdoni l'audace comparazione), sono nell'ordine tragico quello che la Provvidenza è nell'ordine mondano, deon essere spesso, e in varii modi, e ne' punti più forti, e con facondia più e più crescente tuonate; le altre tutte od espulse, o all'esempio del Manzoni, con grande temperanza inserte e con sommo artificio.
[...]
(I) Il ch. Censore dice sè essere straniero a quel caso. A siffatta obbiezione noi non abbiam che rispondere.
(I) Il Censore che dovea soscrivere alla stampa della Semiramide di Crebillon, dopo aver lungamente interrogato la propria coscienza, scrisse alla fine: "J'ai lu Sémiramis, et j'ai cru que la mort de cette princesse, au défaut des remords, pouvoit faire tolérer l'impression de cette tragédie". Se l'Anonimo fosse stato il Censor dell'Adelchi, egli ne avrebbe senza dubio vietata la stampa, come di come di cosa contraria alla sana morale.
(I) "Iam misericordia movetur, si is qui adduci poterit, ut illa qua de altero deplorentur ad suas res revocet, quas aut tulerit acerbas, aut timeat, aut illa intuens crebro ad se ipsum revertatur". Cic. Orat. II. - E ciò che qui dicesi della pietà, intendasi detto di tutte le altre passioni che può la Tragedia eccitare.
(2) "Euripide un giorno, lodandosi l'avarizia in certa sua tragedia, e sollevandosi gli Ateniesi furiosamente contra l'attore, alzò la voce in pien teatro, e ad attenderne il fine li confortò". Ecco un esempio de' conforti morali dell'ultima scena.
(I) Ad. A quale
Tu voglia impresa, il tuo guerriero, o padre,
Obbediente seguiratti.
Des. E a tanto
Acquisto, o figlio, obbedienza sola
Spinger ti può?
Ad. Quest'è in mia mano, e intera
L'avrai, sin ch'io respiro.
Des. Obbediresti
Biasimando?
Ad. Obbedirei.
(I) Dell'arte con che la poesia può abbellire della storica verità, sia modello il Manzoni: leggansi le citazioni preliminari all'Adelchi, e vedrassi come da picciole storiche circostanze abbia egli tratto di grandi bellezze poetiche. "L'exactitude n'est pas incompatible avec l'agrément, et ne produit la sécheresse, que dans les esprits froids et pesants". Freret.