BELISARIO, tragedia francese, in cinque atti ed in verso; del sig. Jouy. Parigi, 1818. (Tratto da un articolo di P. F. Tissot.)
L'aspetto di un grand'uomo in conflitto coll'avversità, desta di secolo in secolo un'ammirazione mista a vivissimo interesse, principalmente quando la vittima, in luogo di soccombere ad un tratto, misura la sua costanza sopra il numero e la grandezza delle prove che la fortuna gli suscita contro, sia coll'interrompere per un capriccio il corso di una prosperità di cui ella si stanchi, sia col condurre, mediante una serie di terribili e quasi sempre imprevedute scene, lo scioglimento di una vita contrassegnata dall'eroismo. Fra coloro che hanno dato al mondo questo spettacolo, cui Seneca reputa degno degli sguardi del cielo, Belisario occupa un posto particolare. Una concorde pietà va unita alla sua rimembranza: le nazioni, d'accordo per onorarlo e vendicarlo, s'ostinano anzi a tener per vera la favola che tante lagrime ha fatto spargere sopra questo gran condottiere d'eserciti. Povero, mendico, cieco e caduto dalla cima degli onori come Edipo, ma non già segnato come questi coll'impronta del delitto, Belisario sembra esser per noi l'eroe della sventura. Questa foggia di vedere, agevol riesce a spiegarsi. Belisario, la cui mente creò eserciti degni di Roma antica, in mezzo ad un popolo quasi tanto avvilito quanto i suoi dominatori; Belisario, il salvator dell'impero e l'idolo delle vinte nazioni, fu del continuo il bersaglio dei sospetti, della gelosia e della pronta ingratitudine di una specie di scettrato claustrale. Giustiniano avea le virtù del chiostro e i vizj della tirannide, egli ambiva la gloria militare e paventava ovvero fuggiva i combattimenti; egli conferiva l'onor de' trionfi a Belisario, ma per umiliare un eroe ed il suo esercito innanzi ad un'augusta cortigiana, imperiosa al par che crudele. Indarno Belisario, il quale agli schiavi dell'Oriente s'assomigliava da questo lato soltanto, spingeva la fedeltà sino al fanatismo dell'obbedienza. Indarno nell'atto di uscire dal campo di battaglia, egli era sollecito di provare l'innocenza della sua gloria coll'accorrere a rassegnare la sua sudditanza al piede di un principe sempre inclinato a porger ascolto alla calunnia; indarno egli avea rassodato la corona sulla fronte di un sovrano in procinto di perder l'impero e la vita; tanta devozione e tanti servizj sottrarre nol poterono agli ingiusti sospetti di Giustiniano; implicato ei videsi in una cospirazione nel punto istesso dell'ultima vittoria da lui riportata sui barbari. Il tirannico governo di Giustiniano non avea potuto opprimere nè il sublime animo nè il preminente ingegno di Belisario; ma quest'ultima ingiustizia, riparata, dicono, da un tardo pentimento, accorciò il filo de' suoi giorni. Nel mirar siffatto esempio delle umane vicissitudini noi detestiamo tanto più Giustiniano quanto più deploriam Belisario; al peso di questi due sentimenti si aggiunge altresì tutto l'amore che inspira la bella umanità che presiedeva alle virtù dell'eroe, oppresso dal docile stromento de' capricci di una baldracca, prima rapita alle scene, poi fregiata della benda imperiale.
Belisario è manifestamente un personaggio tragediabile. Nelle nostre menti da gran tempo conscie dallo splendore della sua vita, egli ha le eroiche proporzioni; è desso una di quelle anime forti che sono più romane eziandio nelle tragedie di Cornelio che non negli annali di Roma. Ma se i travagli del famoso conquistatore dell'Affrica e dell'Italia aprono il campo alle bellezze del genere ammirativo, i suoi infortunj debbono anch'essi dischiudere una feconda sorgente di commoventi situazioni al poeta drammatico. Il sig. Jouy ha pertanto il merito di una fortunata scelta del principale suo personaggio; approvar si dee pure il suo partito di credere al popolar racconto della spaventevol mercede data alle geste di uomo sì grande. Pieno è il mondo degli esempi delle ingratitudini delle corti, e Giustiniano fu bastevolmente cattivo principe perche si creda ogni cosa di lui, od almeno non si tralasci di dare, anche a sue spese, una gran lezione di morale ai popoli, di cui tutte le sventure son derivate dalle passioni degli uomini che hanno da sè soli esercitato il supremo poter delle leggi.
L'autore ha usato di maggior libertà nel non parlare che delle virtù di Antonina. Ma, ora complice, ora rivale, ora nemica dell'imperatrice Teodora, Antonina avea fermezza, ardire e fecondità di ripieghi; ella seguiva Belisario nelle sue spedizioni e gli prestò importanti servigi nella guerra d'Affrica: più volte ella il salvò dai pericoli che l'invidia, natia delle corti, suscita ai grand'uomini i quali non sanno che servire la lor patria ed il loro sovrano. Il sig. Jouy ha colto questi ultimi tratti di rassomiglianza col dare ad Antonina, ma per giusti motivi, tutta la violenza d'indole e tutta l'indipendenza di condotta di cui ella faceva prova per soddisfare all'odio od all'amore. Il Giustiniano della tragedia rassomiglia a quel dell'istoria, senza essere però talmente vero che sopportar nol possiam sulla scena. Si sparla di lui quando è lontano; la furibonda Antonina lo rimprovera acerbamente in faccia, ma il nobile pentimento del principe e la voce di Belisario, il quale fedele mai sempre, dopo di aver difeso il suo sovrano contro gli accusatori, gli perdona col dimenticare le sue ingiustizie, salvano la dignità del supremo potere e quella del personaggio.
Telesi, re dei Bulgari ed amante della figlia di Belisario, ne fa rammentare l'Achille di Racine; l'autore si è destramente tratto dal pericolo di un tal paragone, collo sfuggire ogni leziosaggine nei sensi di questo giovane principe, il quale conduce ad un tempe stesso i disegni dell'imeneo e quelli della battaglia.
La parte di Belisario ci pare non meno bene immaginata che felicemente lavorata: tutte le virtù dell'eroe vi son poste in azione. Nel momento in cui lo spaventevole suo supplizio principia, i divisamenti di vendetta che il più giusto sdegno gli inspira, svengono sulle sue labbra al nome solo della patria. Ben presto, in mezzo alle lagrime della sua famiglia, la sua fedeltà, più potente della sua indegnazione e del suo dolore, lo tragge a difendere il troppe colpevole Giustiniano. Un momento dopo egli può ritrovare onori, col concedere a sua figlia di ascendere sopra un trono straniero; egli ricusa per lei ciò che ha ricusato per sè stesso, egli non vuole aver a genero un nemico del suo principe e della sua patria. E d'altronde, degno discendente degli eroi del Campidoglio, ed avvezzo a porre in ceppi i monarchi, egli conosce la distanza che separa da un re barbaro un generale romano. Belisario si mostra somigliante a sè stesso nella scena in cui l'autorità della sua voce e la religione del giuramento da lui dettato, richiamano al nazional dovere gli amici, sdegnati per le sventure dell'antico lor generale e pronti ad immolar l'impero ai loro risentimenti. La scena in cui Belisario perdona veramente Giustiniano, senza che la parola di perdono esca dalla sua bocca, mette in mostra essa pure i generosi sensi e la continua deferenza dell'eroe per un principe ch'egli conosceva benissimo, ma che non ha voluto tradire giammai.
In breve, da un capo all'altro della tragedia Belisario mai non si smentisce un momento; i suoi concetti e le sue opere vanno sempre d'accordo, e la sua morte rassomiglia alla sua vita. Forse l'ammirazione, ch'è un sentimento pronto a raffreddarsi od a rallentarsi, non basterebbe per animare la scena; ma la pietà ispirata dalle sventure di Belisario e le lagrime della sua famiglia intorno a lui radunata, riscaldano l'interesse e soddisfanno al primo degli obblighi imposti al poeta tragico
Inventez des ressorts qui puissent m'attacher.
Alcune citazioni (che lasciamo sussistere nella lingua originale molto ben intesa da quasi tutti i colti Italiani) porranno il lettore in grado di sentenziare per sè stesso sopra il merito di questa tragedia.
[...]
Altrove, all'esposizione della tirannide di Giustiniano egli avea risposto con questo motto, degno di Bajardo: Il est mon roi. La tragedia del sig. Jouy è un continuo omaggio alla fedeltà. Una morale sospettosa e severa potrebbe anzi incolparlo d'incoraggiare in qualche guisa i cattivi principi, colla specie di cieco ed illimitato culto che l'eroe della sua tragedia presta ad un tiranno non men crudele che ingrato. E quando si ode uscir dalla bocca di Belisario questo grido: Cesare e la patria, forse qualche spettatore può esser tentato di replicare: La patria e Cesare. Ma, prima di tutto, il poeta drammatico dee pingere i costumi del suo tempo e il carattere de' suoi personaggi. Fedele ai principj della sua arte, il sig. Jouy ha punito il tiranno nel modo con cui Cornelio punisce Augusto nel Cinna. Ci piace di vedere il carnefice abbandonato come la vittima, esposto al par di lei a cadere in mani nemiche, ridotto alla propria sua debolezza, minacciato della morte o della schiavitù, e finalmente, punito delle sciagure di Belisario, piangere sopra di sè stesso con tutta l'amarezza di un uomo al quale rincrescono il trono e la vita [...].