DERNIER CHANT
DE
CHILDE HAROLD
Era già pronto alla stampa l'articolo Romanticismo, quando mi è venuto fra mano le dernier Chant de Childe Harold, con che il rinomatissimo poeta M. De Lamartine ha voluto dare il compimento del Childe Harold di Lord Byron. Lo leggo con premura, lo rileggo per veder, se mi convertirà. M. De Lamartine professa religione: ammirazione a Lord Byron: sicchè le sue cose proprie saranno irreprensibili: scolperà a tutto potere il Lord: se ne concede alcun difetto, non sarà dettato dalla prevenzione.
Childe Harold è lo stesso Lord Byron, che così pseudonimo descrisse in quattro canti i suoi viaggi. Ma come serbar ordine, ed essere un romantico perfetto? col progredir dell'opera, Harold si è venuto confondendo coll'Autore: egli medesimo dice "l'ispirazione mia si freddava per la briga di dover distinguere me dal pellegrino". Ottimamente. È pur comodo! in un'opera di mera invenzione cambiarne la forma, trasmutarne il personaggio tosto, che si trova in qualche impiccio l'Autore. Se il lettore non sa più chi parla, che importa? questa è legge del romantico trascendente. Il primo canto porta il pellegrino nella penisola Ispana a' tempi della guerra eroica: il secondo nelle Grecie ottomane. Staccandosi poi dall'unica figlia, e dall'Inghilterra nel terzo, trova Waterloo, scorre tutto il Reno, e viene al Lemano: finalmente l'Italia ha il quarto canto. La forma de' suoi poemi è a strofe, e qui traduco M. De Lamartine (I) senza aggiunger parola.
"In questo poema trovi tutto intero Lord Byron; vi ha profuso l'inesauribil ricchezza della sua tavolozza, o dipinga la natura morta, alla quale il suo ingegno sempre dà vita, o s'innalzi alle più elevate regioni del pensiero e della filosofia, o si abbandoni a caso al corso capriccioso delle sue astrazioni, e faccia vibrare sino a strapparle, tutte le corde sensive dell'anima sua e della nostra. Ad ogni istante ripiglia l'ultima parola della sua strofa, e quasi bastasse questa parola ad eccitare quella valida fantasia, la prende subbietto d'altra serie di strofe, e si slancia, senza altra transizione, in una nuova sfera d'idee o di sentimenti. Avrebbe da citar tutto, chi avviasse le citazioni d'una sì strana produzione".
Strana davvero! oh! lasciatemi ripetere: o nostro messer Lodovico! che ti accusavi forse di troppo licenziata fantasia (2)!
M. De Lamartine ammiratore di quella mente, ricco egli medesimo di gran pregi poetici, viene per altro a fare una confessione troppo vera, ed importante; che l'ingegno più vivace non ha mai preservato dai più funesti errori della mente, dalle più tempestose passioni del cuore, gli uomini, che ne erano dotati. Non si può meglio dichiarare la necessità d'un freno autorevole all'ingegno umano. Le opere del Lord infette d'uno scetticismo contagioso ne sono una nuova dimostrazione. Un antico disse: nisi utile est, quod facimus, vana est gloria nostra. Di questo utile si allarghi pure il senso alle opere puramente piacevoli, che offrono sollazzo alla mente senza danno: fatto con questa intenzione, epperò mondo da ogni sconcio, il Furioso non sarebbe gloria vana. Ma qual gloria merita quegli, che dilaniato appunto dal tetro scetticismo, scrivendolo in bei versi, lo introduce là, dove con veste meno leggiadra non avrebbe trovato accesso mai? E nell'aspetto letterario ancora, questo romanticismo sfrenato ti nuoce: vibra le corde, ma la commozione disordinata ti stanca. Una descrizione animata e vera, un movimento di passioni naturale, e vivace si fanno leggere volentieri. Ma l'incoerenza; ma il continuo saltellare quà e là; e principalmente quel giganteggiare indefinito, senza concatenarlo col Vero Infinito, anzi scartandolo, e annebbiandolo, sono, come la fantasima; certe immagini ti pongono in agitazione; vibrano, se si vuole, le corde, sino a romperle. Ma ti lasciano in uno stato d'oppressione, di tormentoso scontento. Io non son nemico delle commozioni maninconiche: anzi tra l'indole mia, e quella dei tempi, gusto una poesia, una musica flebile più assai delle liete: ma anche in queste dipinture, in queste commozioni, un poco d'ordine mi par necessario; serbare unità; e principalmente, quando son condotto fra le immagini triste, deh! l'autore non mi tolga, neppur fingendo, quella idea consolatrice, senza la quale la maninconia riesce in disperazione.
Questo dernier Chant leva Harold dal fianco d'una amica, che non sarà troppo lieta del modo, con che è definita nel poema. Dal lido Ligustico egli naviga lungo la bella nostra penisola, contrada nata fatta per destare la fantasia. Questa per altro da se sola non è mai guida sicura: ed in versi ancora non s'ha a torre di mano alla ragione il freno. Sicuramente vi è che riprendere negl'Italiani: ma sono forse esenti da difetti le altre nazioni? si dorrebbero queste con ragione d'un Italiano, che tutti annoverandoli con parzialità, ne tacesse le lodi. Questa nostra Italia, nè temo, che m'acciechi l'amor mio per essa, ha pure altri pregi, oltre al sole e alla beltà. La lingua nostra potea dipingersi con maggior verità, che dicendola;
Douce comme un flatteur, fausse comme un esclave.
L'idioma nostro è dolce senza dubbio; cioè capace di tal dolcezza inaccessa alle lingue dell'A. sia Britanno, o Francese. (Imperciocchè lo confesso; a me pare evidente, che l'uno e l'altro parla in questa parte del poema). Da sei interi secoli è il nostro idioma: ed è valente a tutto dire con modi adatti. Dechinò, e risorse; ma al quinto lustro del secolo decimonono accusare di sdolcinata la lingua d'Alfieri, e del Cesari, è anacronismo almeno di più di quarant'anni. Dir falso un idioma, per me non ha senso. Fosse tale, che esprimesse un pensier diverso da quel di chi parla: fosse almeno disarmonico, e quasi voce falsa, ferisse il senso di chi ode! il nostro non è; ed agevolmente si potrebbe mostrare atto a dire vero, ed aspro nel rispondere a queste tacce: ma scusiam nel poeta il trascorrimento della fantasia, appagata d'un verso, che crede arguto e sentenzioso. Io scrivo in prosa: debbo infrenare il dispetto patrio, ancorchè giusto; e star fra i riguardi della cortesia, che nella mia patria si conosce, e si pratica per lo meno al pari, che in qualunque altra contrada. Non è altronde meraviglia, se i forestieri così parlano: continuo esempio ne hanno da tanti nostri amatori della patria intesi nel vilipenderla così, che par loro di rinsanguinare, quanto più l'hanno vituperata. Il vero amore trascorre talvolta alla rampogna: ma pur serba modi riverenti ad una madre pregevole per altro, che pel sole, la beltà, e le arti belle.
Sempre cara serbo una testimonianza del passato secolo onorevolissima agl'Italiani, che è nelle lettere dell'Ab. Barthelemi. Egli ammirava i moltissimi nostri letterati, che per solo amore dell'arte la professavano. E pur glorioso a noi tal disinteresse, che era una novità per lo straniero. E quante altre doti si potrebbero annoverare, onde è pregevole questa illustre, e a torto vilipesa contrada! vero è, che sarebbe da intender prima lo schietto senso delle voci, e non veder gloria, felicità soltanto, ov'è oro, romore, irrequietezza, sconquasso.
La nave onusta del nuovo e leggiadro Tirtéo trascorre il Mediterraneo, e va ad approdare ai lidi dell'Attica. Descrizioni di bellezze naturali, di combattimenti, d'alcuni fatti degli Elléni mostrano il poeta rinomato, che è l'autore di questo ultimo canto. Recato soccorso ai Greci, Harold dall'Autore vien condotto in un antico monistero, dove finirà i suoi giorni presso all'unico Cenobita rimasto a custodir quelle soglie. Per appartarlo così, l'Autore è costretto di trovarne la cagione nella stravaganza del suo personaggio: un di quei tali animi, che a dirlo in prosa, non possono durare per una via, nè fare, come gli altri. Poco sublime il pretesto neppure fa illusione, nè può, in un fatto moderno notissimo: dissero le gazzette, che Lord Byron morì d'infiammazione per non esserglisi levato sangue a tempo: caso nè romantico, nè poetico, e triviale troppo da non meritar luogo nè anche in un giornal medico; descritto dal servo, che lo assistè, e fedelmente ristampato nelle note al Dernier Chant: però con sue bellezze non può commuovere la descrizione di quella morte. Non è da tacersi una circostanza singolare della vera relazione in prosa; Lord Byron, già persuaso di morire, commettendo al servo i suoi voleri, lo minaccia, che, se può, lo verrà a tormentare, qualora non gli adempia. Lo diceva egli per ottener dalla paura l'obbedienza? o era poi credulo a tali spiriti quell'uom dubbioso sulla Divinità?
Soventi nel poema è dipinto il Lord, ondeggiante, e travagliato dall'incertezza: però ha pur qualche utile aspetto questo componimento, ove l'A. sull'orme del suo modello, così lo viene ritraendo. Stato intollerabile in qualsiasi affare passeggiero terreno! sciagura sovra tutte angosciosa nell'affar, che non passa, per l'infelice, che nella sua mente limitata cerca, nè trovando mai le misure dell'infinito, perciò si rimane dal seguir la via del dovere. Misero! sa egli spiegare in qual modo volga a tramontana il compasso nautico? e non affida egli la vita al nocchiero, che sotto a tale scorta si cimenta sull'oceano? molte testimonianze gli danno probabilità, che andrà felice al suo corso. Fosse anche sola la testimonianza dei martiri! conosciuta quanta è, sovrabbonderebbe a dar certezza della fede. Ma fermata questa, sono ferme le regole del dovere; ed a tali animi, la voce dovere è uggiosa: nè anche il bene vogliono far per comando. Se ne vantava Rousseau: ed uom capace di sì incomportabil vanto, si dice filosofo! e trova chi lo segua! Siffatto animo indipendente essi chiamano alto-libero-pensare! egli è pensar, non alto, naturalissimo al pulledro, all'onagro, ed a qualsivoglia altra specie d'animali. Animi elevati di tal foggia sono ignari affatti del vero sublime. Dipendere, al lor giudizio, è ridursi ad una vita spenta, e tale reputano la vita del Cristiano.
Inesperti! non intendere la vera sublimità dell'animo, che a Dio, e per Lui al bene de' simili, all'ordine sociale sagrifica il proprio volere! non intendere sapore, che hanno i contenti della fortezza vincitrice delle passioni, ben altro da quelli della fiacchezza, che le ubbidisce! ed è pure tal verità, che solo esprimendola è dimostrata.
Di questo tema, immenso a svolgere compiutamente, abbiamo da Lord Byron la pratica dimostrazione. Lo stato di quello scettico dee far inorridire il giovane di qualche senno, che aspiri a felicità. Lo miri, e s'arrètri all'aspetto del deserto sentiero, in cui lo conduce il dubbio: per quei campi aridi, muti, alenoso trarre il respiro; ogni passo lo accosta ad una voragine tenebrosa; non orma, non pensiero può distornelo: per quanto volga, o spinga lo sguardo è nebbia fitta; col progredire più raffittisce: alfine non son che tenebre. Se una, sola una verità ei ricerchi ai tristi compagni della stessa via, chi sa? è la sola risposta: l'eco ripete, chi sa? dall'intimo del cuor trangosciato un cupo gemito mormora: chi sa? se alcuno nappo di dolcezza si porge, nell'accostarvi il labbro, svanisce quasi inane spuma, e più funesto del vaso di Pandora, nel fondo ha nuda disperanza.
Infelice Byron! non giunto alla metà d'un natural corso di vita, celebrato fra i primi ingegni letterarii dell'epoca presente, eccolo sazio; infastidito: anelare a glorie differenti (I), ove è lecito dubitar, che valesse a riuscire; valendo, riuscisse; riuscendo, non le venisse anche a fastidire. Abbominevole filosofismo! quanti diletti gli furasti! quanta gloria! e quella suprema di giovare altrui! chè volendo, potea. Lo scorgi, allorchè, diradandosi la nebbia, gli sfavillava alla mente la Luce Essenziale. Tradotto in prosa il suo canto d'Albano, serba pure alti sensi. Con enfasi poetica saluta il mare glorioso specchio, nel quale si compiace contemplandosi l'Onnipotente. Nella vivacità della sua fantasia digrada, e forse troppo, gli sforzi dell'uomo, su quell'elemento. Limitati sono (I): creata all'immortalità quell'anima non s'appaga del finito. Contempla quei superbi flutti, nei quali furono tante generazioni sommerse; sfracellati e distrutti scogli, città, isole, contrade; e quella immensità lo innalza al Creatore. Ecco, che la Religione, anzichè impicciolire l'ingegno umano, sola gli apre infinito campo! senza questa riuscita, non cadeva tronco il canto del poeta? o potrebbe produrre vero effetto sull'animo nostro, cantando un ente fantastico? Ci colpiscono, è vero, le grandi immagini, con che Omero, Virgilio di tratto dipingono i Numi loro onnipotenti. Giove con uno sguardo move l'universo: un cenno di Nettuno spiana il mare in tempesta: noi non credendo nè Giove, nè Nettuno, pure estatici gli ammiriamo. L'armonia, la grandiloquenza, la maestria del verso concorrono, sì, a destare una vibrazione mista di fisico, e di morale: ma l'appagamento, che da quelle immagini riporta la mente, è vero effetto della fede naturale all'animo nostro, per cui si applicano in genere alla Divinità, che crediamo; sono un richiamo, un ricordo dell'oggetto sommo, del Supremo Padrone, del quale, quanto può umano inventare, esprimono la grandezza, la maestà, l'onnipotenza. Giovani, in cui arde bollor poetico, volete, che vi sublimi a sublimità vera? credete in Dio. Lo credevano, come noi, e Dante e Tasso e Chiabrera e Guidi e Filicaia; e sublimi ne furono i canti; lo credono tuttora ingegni peregrini, in maggior numero, che nol pensate. Ma la Fede vostra vi ispiri riverenza alla Parola di quel Dio; vi distolga dal menomamente alterarla, e lo sgarrare de' buoni inavveduti vi sia maestro di cautela.
M. De Lamartine ha fama d'uom religioso: fa protesta espressa de' proprii sensi. Ed egli appunto conferma la sentenza altrove riferita: la Religione non è fatta per essere rilasciata alla fantasia d'un poeta. Già fu rimproverato per aver nelle sue meditazioni toccato certi punti, sui quali, repressa la fantasia, il teologo grave, in prosa dettata dalla ragione, prendendo a usare le voci medesime degli scrittori ispirati, sceglie, e colloca pensatamente ogni parola, onde da sola una inavvedutamente scelta, o collocata, non venga violato il confine sacrosanto ed angusto, in cui sta il vero. Allora mancò forse l'A. per sola avventataggine; qui egli erra. Passiamo lo sbaglio, in cui cade, confondendo l'albero della vita con quello della scienza del bene, e del male.
Maggior torto, perchè più pensato, gli può rimproverare il Cattolico, cioè confondere colla causa de' Greci la Religione. Così pensasse pure Lord Byron: non basta il precetto dell'arte, di far parlare il personaggio giusta il noto suo pensare.
In buona regola morale a un personaggio, che erra, dee contrapporsene altro, cui la virtù vera ottenga affetto e credito maggiore. Ciò facea Molière nel Tartufe che fu pur così contrastata; v'introducea un uom rettamente religioso, nè bigotto, ne ipocrita, nè rilassato. Avvertenza, che poco usano Autori moderni, intenti per teofobia nel dipingere in malo aspetto la virtù religiosa. Ma oltraciò parlando in proprio nome il N. A. concorre nel pensar medesimo del Byron; ed in ciò sta l'errore.
(I) Cioè l'avvertimento preliminare: Ivi non ha una parola, che lodi l'egregio poeta francese: perciò lo credo opera sua.
(2) Intendo la cosa letterariamente: in quanto alla morale, le diede anche troppa licenza quell'Autore: eppure si potrebbero dimostrare men pericolose quelle, che le licenze di Lord Byron.
(I) Di guerriero, di legislatore.
(I) Direi, che alterata da un romanticismo esagerato l'idea vera del bello, ei sapesse ravvisarlo solo nella mole, nel fracasso. Non è sicuramente da paragonare all'Onnipotente la mente umana. Nondimeno è grande questa, da meritar, che un poeta ne esalti l'operar sul mare. Se non può domarlo, riesce a soprastarvi quando furiosamente mugge, e mille e mille abissi ad ingoiarlo spalanca, e monti sopra monti innalza per sommergerlo! bersaglio dei marosi, sbattuto dalla bufera, il navigante regge, fa servire a salvezza gli stessi contrasti degli elementi; quasi avido di perigli, chiama a crescerli e il fuoco e la rabbia di guerra. Al fragor del tuono, fra gl'imminenti incendii, nelle più tremende battaglie cimenta una vita già si dubbia; adopera congiunte tante arti, ciascuna valevole ad illustrare altissimi ingegni: sforzo il maggiore per avventura della quasi indefinita potenza della mente umana.