La Sposa di Messina, ossia i Fratelli nemici. Tragedia con cori di Federigo Schiller, recata per la prima volta dal tedesco in italiano da Pompeo Ferrario. – Milano, per Giovanni Pirotta in santa Radegonda, 1819.
Se la presente traduzione fosse uscita in luce al principio di quest'anno, i fautori della buona causa letteraria avrebbero dovuto fare a un tempo stesso e la censura della Sposa di Messina, ed un elogio ragionato del teatro di Schiller preso in complesso; affinchè l'infelicità d'un componimento non inducesse pregiudizj ingiustamente sfavorevoli al resto. Ma oggidì Schiller è noto ai lettori italiani. Passato è il tempo in cui alcuni più avvezzi a ciarlare che non a leggere, più atti a leggere che non a intendere usavano trattarlo d'insipiente e di barbaro. Senza tema adunque di scandalizzare i pusillanimi potremo biasimare francamente un'invenzione drammatica d'un grande poeta della nuova scuola tedesca.
L'argomento della tragedia di cui intendiamo di parlare è pretta invenzione; il luogo della scena è Messina.
Due fratelli, a cui l'autore dà i nomi di Manuello e di Cesare, principi sovrani l'uno e l'altro in Sicilia, si odiano con inesplicabile pertinacia fino dall'infanzia. Isabella loro madre, e vedova da non molto tempo, gl'invita ad un colloquio di pace, a cui i principi si presentano con un corteggio d'armati. Tuttavia l'affettuoso zelo materno non resta deluso, perchè alla fine i due giovani s'abbracciano riconciliati, bensì soltanto (non saprei dire per qual bizzarria del poeta) dappoichè Isabella si era scostata quasi disperando di veder cessare la fatale discordia.
Al terminare del colloquio, Cesare ode da un esploratore, che la donzella da lui tanto cercata, e di cui fin'allora s'ignorò la dimora, viveva celata in Messina; però si spicca dal fratello, tutto esultante di speranza e d'amore.
Ora chi è codesta sconosciuta? – È Beatrice, figliuola anch'essa d'Isabella, è una timida ed innocente fanciulla, ignara de' suoi natali, cresciuta in un chiostro del contado, ed amante pudicamente riamata di Manuello. Due volte Beatrice era uscita dal suo asilo. La prima volta, aveva impetrato di recarsi alle esequie solenni del vecchio principe; e fu allora che Cesare la vide nel tempio e se ne innamorò. Un servo attempato ed affettuoso che interveniva messaggero frequente fra la giovanetta e la madre, (della quale per altro la giovanetta ignorava il nome e lo stato), non aveva osato opporsi al desiderio della di lei curiosità, interpretandola come un misterioso impulso del sangue. La seconda volta fu Manuello che persuase alla tenera vergine di abbandonare la consueta solitudine e ricovrarsi in Messina, la notte appunto precedente al tempo in cui si finge cominciata l'azione della tragedia.
Il motivo della fuga ha del singolare; quel vecchio servo che vegliava sui destini dell'occultata le aveva annunciato dovere ella finalmente conoscere la propria famiglia, e gioire in mezzo d'essa della vita. L'amante lo riseppe, e temendo che ciò non fosse d'inciampo alla già adulta passione, risolvette d'antivenire qualunque possibile pericolo: ogni mutazione, diss'egli, sgomenta l'uomo felice. – Ma perchè Beatrice era stata allevata furtivamente? – Perchè, quando la principessa n'era incinta, un astrologo arabo aveva vaticinato che la bambina sarebbe stata cagione della morte degli altri due figli; laonde il vecchio principe sgomentato dall'augurio aveva ordinato d'affogarla nel mare. La pietà materna la salvò, Isabella aveva commesso ad un servo fidato di celare quell'innocente. Rimasta vedova, Isabella avrebbe voluto palesare senza indugi la giusta disubbidienza, ma non vi si era attentata, paventando di qualche sciagura nel furore delle risse fraterne. Ora che la concordia subentrava alle ire feroci, ella destinava di cogliere il frutto delle pietose sollecitudini e dell'antiveggenza. Ella sperava che un'altra predizione si sarebbe avverata, la predizione d'un monaco, dovere cioè, quella figlia riunire gli adirati animi dei fratelli in ferventissimo amore. Ma le ambigue parole del monaco avevano già ottenuto un tristo e non creduto compimento, ma l'amore comune di Cesare e di Manuello per l'ignota sorella doveva anzi cagionare l'altra catastrofe pronosticata dall'altro indovino.
Nel mentre che Cesare ritrova Beatrice le giura amore e le nozze, e l'affida a' suoi seguaci che l'onorino come sovrana; interpretando la costernazione, e il silenzio di lei come effetti di verginale modestia e di peritanza al vedersi destinata a signoreggiare in una corte: Manuello ha intimato al suo seguito di recarsi al Bazar, onde procacciare splendidi abbigliamenti e giojelli per una sposa già scelta dal suo cuore, e ch'egli si accinge a proclamare al cospetto della madre, del fratello e tutta Messina. – Quindi ambedue i principi annunziano ad Isabella la domestica gioja di due sposalizj avventurosi. Ed Isabella raddoppia la contentezza comune col palesare che era viva quella sorella che credevasi estinta; l'abbracceranno ben tosto, perchè il messo inviato a ricondurla non potrebbe più oltre tardare.
Giunge egli infatti, ma solo; e narra che l'infelice fu rapita da' corsari. Una nave di pirati, esclama il messo, fu veduta nella baja vicina al chiostro, e la mattina si allargò a piene vele nel mare.
Uno de' principi giura di rintracciare la smarrita; ma in cuore dell'altro, Manuello, erano sorti oscuri e tormentosi sospetti. Impaziente di chiarirsi s'avvia egli solo al luogo ove aveva ricoverata l'amante, in cui già teme di ravvisare una fatale parentela. Cesare lo segue, ignaro di seguirlo; affine di comandare alle sue genti che conducano al palagio la donna, di cui si stimava consorte. – Intanto Beatrice era in mezzo ai pericoli di due schiere in procinto d'azzuffarsi. I seguaci de' due involontarj rivali si erano incontrati nel luogo ove ella era, ed ove l'una e l'altra banda pensava di formare un corteggio nuziale. All'apparire di Manuello si sospende ogni minaccia di guerra, riverendo tutti la persona di lui. Egli parla alla donna, che accorre fra le sue braccia, e accertato (per alcune circostanze) della funesta consanguineità è già al punto di rivelarla alla misera sbigottita. Quando sopraggiunge l'altro amante, che invaso da forsennata gelosia distende Manuello sul terreno con un colpo mortale: Beatrice cade svenuta. – I compagni dell'uccisore la portano alla madre palpitante ancora per la non vera novella del rapimento: i compagni di Manuello le recano il recente cadavere. Ultimo di tutti giunge il fratricida, che udite le misteriose circostanze dell'infortunio, e l'orribile errore che produsse il repentino delitto, costernato e pentito e disperato s'uccide.
Ognuno vede che in questa favola vengono riprodotti quegli odj fraterni, di cui già troppe volte furono occupate le scene tragiche; che l'intreccio vi è fondato su predizioni oscure ed avverate, partiti nè nuovi nè opportuni all'età nostra; che il nodo principale dell'azione è l'amore ispirato da una fanciulla sconosciuta e sottratta furtivamente alla morte, invenzione che sente del romanzesco volgare. Per tutto ciò non tributeremo veruna lode nè alla condotta, nè al piano della Sposa di Messina. La chiameremo anzi una produzione non degna dello Schiller, a malgrado dell'incontrastabile bellezza dei versi, e di qualche parlata che manifesta pure talvolta l'uomo di genio. Tali dettagli ed accessorj non compensano, a parer nostro, i gravi difetti del complesso: tanto più se si voglia riflettere che il poeta intarsiò nel suo mal concetto componimento la religione cristiana, la mitologia greca, e persino qualche tratto di superstizione moresca; stravaganza inesplicabile in un gran valent'uomo.
Rispetto al Coro introdotto nella tragedia di cui parliamo, esso è composto dai seguaci dei due principi, e viene così a dividersi naturalmente in due Semicori. Nelle strofe liriche pronunciate dai cori (per lo più col mezzo di personaggi che parlano uno per volta a guisa di Corifei) s'incontrano molti pensieri brillanti davvero di sublime poesia; ma contuttociò l'innovazione qui tentata dal nostro drammatico non ebbe fortuna. È un coro di ciambellani, per servirci della felice espressione di madama di Stael; gli manca l'imponente maestà che avevano i cori greci quando rappresentavano il popolo; gli manca quella naturalezza che i cori greci derivavano dai costumi repubblicani degli spettatori. Lo Schiller per altro non tardò a riconoscere che gli era fallito il disegno d'adattare ad un ideale moderno codesti mezzi di bellezza tanto convenienti all'antico teatro, e ritornando senza esitare alle forme convenienti alla scena d'oggidì, compose l'ultimo suo capo d'opera il Guglielmo Tell. L'osservare questo momentaneo traviamento dell'insigne compositore non sarà forse senza qualche utilità indiretta ai verseggiatori, purchè vogliano darsi la briga di badare ad un argomento d'induzione semplicissimo. Se lo Schiller, volendo appropriarsi un genere di bello intrinsecamente dipendente dal carattere di una civilizzazione differente dalla nostra, riuscì tanto minore di se stesso; che avverrà di quelli che non sono nè grandi poeti, nè pensatori, eppure osano sperare perfezione ed applauso imitando idee e soggetti esclusivamente proprj del modo di opinare e di sentire de' popoli antichi?
Nell'originale tedesco la tragedia della sposa di Messina è preceduta da una dissertazione in cui l'autore ragiona de' vantaggi che il Coro a similitudine del coro greco potrebbe recare, (come in allora egli suppose) all'arte moderna, e dichiara il metodo tenuto da lui per giovarsene. Questa prosa teorica fu ommessa dal sig. Ferrario; ed infatti era estranea allo scopo dell' suo lavoro. Avendo egli impreso a tradurre una scelta di drammi dello Schiller non doveva certamente tralasciare una produzione poetica, unica nel suo genere, se si guardi all'intento cui fu destinata; ma sarebbe poi stato inopportuno, e sarebbe spiacciuto forse a molti de' suoi lettori il vedervi unito un discorso metafisico, una serie d'osservazioni tecniche confutate dall'esperienza e ripudiate col fatto dallo scrittore stesso che le propose.
Noi piuttosto, compilatori d'un giornale letterario, potremmo farne parola se non fossimo trattenuti da un'altra considerazione: noi non abbiamo sin ora presentato ai nostri associati veruna teoria estetica dello Schiller, che pure arricchì la letteratura astratta di molte ed importanti vedute filosofiche; però ci pare disconveniente l'incominciare adesso da un effimera aberrazione sistematica.
E.V.