Les Séductions Politiques, ou l'An MDCCCXXI Roman: par l'auteur des F. ... du S. ... A' Paris, chez Pillet, rue Christine. 1822.
Vari opuscoli ha già prodotti la rivoluzione seguita in Piemonte lo scorso marzo, diretti a riferire i fatti, o come furono, o come giova a chi scrisse.
L'autor del libro, che qui annunciamo, ha ridotto la cosa ad una specie di romanzo, ed oh! il fosse pur tutto! Egli così lo intitola, perchè sono finti i nomi dei personaggi: inventate le lettere loro; gli accidenti pei quali segue l'intreccio e lo sviluppo delle loro reciproche relazioni. Ciò non pertanto è libro veritiero, e porge un'esatta idea delle trame, degl'inganni, onde fu quel tristo dramma tessuto, e condotto. Parco assai nel narrare i fatti, svolge con miglior consiglio la compiuta teoria del sistema liberale gli andamenti, le seduzioni, le svariate astuzie, onde si vale a comporre in unico stuolo persone di tante opinioni, di sì diversi desiderii. Utilissimo poi riesce, perchè con non men saggio avvedimento assegna il mezzo unico di preservar da sconquassi la società. Congiunge all'utile il piacevole ponendo in scena animata vari caratteri diversamente digradati dal suddito veramente fedele sino al più audace, ed astuto congiurato. Dichiara, e deesi da noi ripetere, che tutti immaginarii sono i lor nomi senza menoma allusione a persone, o a fatti segreti.
La marchesa d'Ossola figlia del conte Amerozzi torinese, donna leggiadra, colta, ita a Parigi per veder parenti d'alto grado, è accolta fra la più eletta società. Nelle sue lettere trovansi le adunanze serie, e sollazzevoli di quella città, i caratteri delle classi sì sociali, che politiche, ritratte con pennellate poche, ma vere; nè è questa la parte meno piacevole del romanzo. Mostra dapprima sensi d'aristocrazia: ma, se non m'inganno, l'autore ha voluto rappresentare in lei una persona tenera della sua nascita, ma ignara dell'uffizio, che tocca alla nobiltà nelle monarchie. Circonvenuta da un congiurato astutissimo, in poco tempo questa donna si va amicando col liberalismo. Strotzi (è il nome di lui) gliel dipinge come giova per sedurla. Ne desta la vanità esaltando i pregi tutti di lei: dispregiando le preminenze, ch'essa divide con altre, le addita una rivoluzione, quasi unico mezzo di innalzarsi. Coll'avvenenza, coll'ingegno dee primeggiare fra le compagne, dee dominar lui medesimo. In lei così affascinata egli desta sollecitudine pel genitore rimasto in Torino: riesce a persuaderla, che Amerozzi gioverà al Re parteggiando per la rivoluzione: condiscenda a transazioni, e potrà regolarla, modificarla. Intanto dai carteggi degli altri congiurati Galeatzo da Torino e Barriez da Parigi si scorge, che con tali avvisi mirano a disarmare il trono staccandone coloro, ai quali s'aspetta difenderlo e morire pel Re, o almeno prima del Re. Acciecamento prodigioso, ma non inventato! V'hanno pur questi tali, cui pare, che congiunti a cospiratori faran seguire quieta e moderata la rivoltura. Dissennati davvero! sinchè sta il Re, gli può giovare il lor potere, eziandio mediocre: fosse pur molto, si troverà nullo fra i vortici della corrente rivoluzionaria. Eh! rannodatevi intorno al Principe! Là è il vostro dovere, là è il vostro posto. Mostrate il viso ai suoi nemici: nè vogliate macchiar voi di delitto per impedire, che quello degli altri trascorra soverchio. Male s'insegna la virtù abbandonandola. Doveste anche cadere, serbatela intatta, e glorioso sarà il cader vostro.
Il conte Amerozzi si lascia trarre nell'errore conforme troppo al suo carattere poco risoluto, con maestria ritratto nel carteggio.
I due congiurati svolgono perfettamente tutta la serie dei raggiri e delle menzogne adoperate per raccozzare i pochi, che s'intitolavano il Popolo Piemontese e volevano rivoluzione, e le sognate mosse di truppe straniere pronte ad invadere ostilmente ed inaspettate il nostro Stato, e le esagerazioni dei mali, e le false promesse d'aiuti. In una lettera Barriez raccomanda a Galeatzo, che ad un tratto si diffondano dappertutto le nuove più proprie a destar sommossa: v. g. in ogni città lo stesso giorno, all'ora medesima, che "gli Austriaci han passato il Ticino per venire ad impossessarsi di tutte le fortezze, pag. 276. Voci siffatte si usano sempre con buon successo nelle rivoluzioni, nè mai per troppo usarle perdono efficacia. Prima che siano conosciute false il tempo scorre, gli uomini svelatisi sono nell'impegno, gli eventi s'incalzano, la rivoluzione si effettua. Giornali, lettere particolari, dicerie alla borsa, nuove di corrieri commerciali confermino, avvalorino quelle notizie, e ne ritrarrà vantaggio la nostra impresa."
M. Truquet giureconsulto francese recita la parte migliore in questo romanzo. Parlando dello stato della Francia spiega, come in quel regno abbia potuto essere conveniente il sistema seguito dopo tanti sconvolgimenti, che avevano alterato le idee del maggior numero. Ancorchè altri non pensi come lui, non si può ricusar lode d'ingegno e di plausibilità ai suoi argomenti. Ma quando risponde al conte Amerozzi, che gli proponea i suoi dubbi, che si compiacea nello spiegar quasi capo d'opera di prudenza il bordeggiare a mezzi termini, se non ci fa illusione l'uniformità del pensare, è vittorioso il modo col quale dimostra ogni transazione inutile ad impedire, che in profondo non precipiti lo Stato; e per lo più bastare, che si faccia fronte, perchè vadano a vuoto le macchine.
Nelle lettere del dottor Grube tedesco è congiunto molto senno ad un carattere, ad un gergo di spiritualità, che ricrea il lettore, e lo istruisce ad un tempo. Sono maestre le pennellate, con cui dipinge i Dottrinarii politici; la critica di certi drammi, della contraddizione fra alcune leggi.
I fatti del marzo, ed aprile 1821 chiudono, com'è ragione, il romanzo. Nel terminare il suo carteggio, Barriez rimprovera a Galeatzo d'aver deluso i liberali di Francia dipingendo i Piemontesi ben diversi dal vero; Galeatzo a lui d'aver promesso tumulti in Francia, de' quali un cenno appena destatosi potè esser represso col solo calcio degli schioppi di pochi soldati. Il conte Amerozzi fido al suo sistema intermedio, mentre vuol comporre un drappello di leali con altro di carbonari, cade colpito nel petto da una palla lanciata dai primi, e da una pugnalata de' secondi fra le spalle. Questo fatto immaginario è la morale della favola, che addita la sorte di chi non opera risolutamente nelle civili fazioni. La marchesa d'Ossola desolata della morte del padre, di cui si ravvisa colpevole pei consigli, che le dettò lo Strotzi, si ritira pentita in un sagro chiostro; e questo pure è favola.
Alcune circostanze ha mal conosciute l'autore. Non mirando egli principalmente a far la storia, ma piuttosto a svolgerne le conseguenze morali, tali errori non nuocono alla utilità del libro. Si indicheranno altrove, se apparirà necessario. Ma sono agevoli a ravvisare da chi sappia mediocremente le cose di quei giorni.
Utile e piacevole riuscirà senza dubbio questa lettura ad ognuno. Deesi da noi maggiormente gradire, poichè nella parte istorica riferendo il vero contegno de' Piemontesi, l'antica nostra fama di popolo fedele al Principe pienamente conferma.
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