THE LAST MAN. L'ULTIMO UOMO, Romanzo dell'Autore di Frunkestein. Londra, 1827, 3 vol. in 8.°
Gran guai la vuol essere il giorno del giudizio! al ricordarlo ne trema la mente, e tutti, dopo avere nella loro immaginazione fantasticate le maggiori paure, si consolano col pensiero, io non ci sarò. — Par bleu, diceva una Signora galante, a cui tre damerini alleviavano la noia dell'opera in palchetto, coll'allegro discorso del finimondo; e se vi fosse alcuno di noi che restasse l'ultimo ad andarsene, come camminerebbe la bisogna? - Se foss'io, rispose uno tutto attilato scuotendo nella mano i bei ciondoli dell'orologio, mi troverei assai comodo perchè uscirei sempre in frak e colla cravatta nera, giacchè non vi sarebbero le etichette del teatro e della conversazione: che bel vivere alla sans façons! — Che bel viaggiare! soggiunse un altro che si spacciava per viaggiatore, e aveva sempre alle mani l'America, ma dimandò un giorno se era in Europa, e se si poteva andarvi in cocchio; che bel viaggiare senza pagar l'oste! — Un terzo, che agitava molta mole di ventre e avea due guancie pienotte, disse: Ah ah! io starei benissimo: mangerei disperatamente tutto il giorno; caspita, tutto il creato non darebbe frutti che per me! — La Signora si dimenava sulla sedia, e istigata perchè dicesse la sua sentenza, battendo il piede stizzosetta rispose: Anch'io me ne sarei lieta, perchè almeno non avrei a seccarmi co' tanti sciocchi che corrono il mondo —. Ma, fortuna o disgrazia, non fu intesa, e il primo fra i damerini la riprese: Sarebbe pur gran male, Madame, giacchè non vi avrebbe più alcuno qui vous ferait la cour, nè vi invierebbe dolci sospiri —. Ma la donna che aveva nuovo argomento di stizza, succinta gli rispose: Quando vagliano poco i galanti, si sta meglio senza —; e fissò coll'occhialetto la loggia opposta perchè vedeva uno spiritello a lei non indifferente, che andava a prestare omaggio ad un'altra dea.
Eppure la va così, tanti pensieri come tante teste, e di questi sì diversi che sorgono sul di del giudizio, eccone alcuni or ora offertine in un romanzo inglese, intitolato: l'Ultimo Uomo. Madama Shelley, che se ne crede autrice, o, per dir meglio, editrice, l'ebbe a trovare fra le foglie d'un'antica Sibilla, e chi non vuol credere, vada in Inghilterra a vederne gli autografi, e se mai fossero Palimsesti si conduca seco monsignor Mai. In quel benedetto libro se ne dà adunque la fausta novella, che la fine del mondo accadrà dal 2070 al 2100. Misericordia! è meglio stare cogli astronomi che co' romanzieri: almeno chi ne profetò non ha molto la cometa, che verrà ad urtare la terra, e a darne la distruzione, ne fece pietosamente la proroga a molte migliaia d'anni, ma qui non ve ne hanno che duecentoquarantadue a cominciare la brutta tragedia: dunque la toccherà a' nostri figliuoli; e noi che non ci saremo, sentiamo almeno come avranno a finire.
Lionello Verney è il prescelto dal cielo ad essere l'ultimo uomo, e ne scrive la sua dolorosa storia; è figlio d'un favorito dell'ultimo re, è inglese, è prode e saputo. Nel 2070, anno in cui principiano le umane sventure, l'Inghilterra è costituita in repubblica, la Grecia è possente, ma sempre in guerra co' Turchi: seguono fiere pugne fra Cristiani e Ismaeliti. Questi sono sconfitti; ma allorchè i vincitori entrano per farsi signori di Costantinopoli, trovano la città deserta: sono morti tutti di peste, e lord Raymond, che osa penetrarvi, cade tosto estinto; gli altri Greci atterriti prendono la fuga. Così è, creature mie curiose, non fuoco, non acqua, non spada di angelo vendicatore, ma la peste è il flagello che estinguerà le generazioni.
Ma la sorte è segnata: il malore pestilenziale si propaga alle altre nazioni; invano esse moltiplicano le cure di polizia medica, dei lazzaretti e delle quarantene: il contagio mortale si avventa agli umani, li uccide tutti, e resta solo vivo Lionello, Adriano e Clara, che sur una nave si erano tratti a salvamento entro mare. Ma qui pure li coglie la sventura, che una buona tempesta li caccia a rompere ad uno scoglio, uccide Adriano e Clara, e lascia solo Lionello semivivo sopra una spiaggia d'Italia. Come si riebbe, disperato, trovandosi solo voleva bestemmiare il cielo; ma s'accomodò alla fortuna, e deliberò di porsi a viaggiare. Ne la pensò male il poveraccio, che presto capitò ad un castello, trovò del biscotto e del cibo, trovò un letto profumato e s'addormì; e rifocillatosi, ripreso il viaggio, pervenne a Ravenna, ove non vide vivi che animali bruti, a cui pare la peste facesse grazia della vita. Nè qui si trattenne, ma seguendo il cammino, s'abbattè in una capanna ove era tutto in punto per accogliere un ospite, e fra le altre cose una tavola ov'era il pane ammuffito, le vivande scioglievansi in cenere, doppia riga di formiche correvano sulla tavola, i piatti erano coperti di ragnatele, di polvere e d'insetti. Allora l'ultima luce di speranza scomparve e i miei occhi erano pieni di pianto. — Pure si rincora, tira innanzi, e giunge a Forlì, ove in un palagio perchè s'accorse ad uno specchio d'avere i capelli scarmigliati, laceri gli abiti, nudi e insanguinati i piedi, trovò a gran ventura di fare la sua toilette.
Racconciato alla meglio gli parve mille anni di rendersi a Roma, onde scrivere in capo a qualche contrada, forse sotto la statua di Pasquino che Verney, l'ultimo degli uomini, di nazione inglese, aveva ivi posta la sua sede.— Mosse a quella città, e come dopo molte avventure vi giunse, fu rapito dalle tante magnificenze ivi accolte, intese a visitarle tutte ed a descriverle minutamente; e per non istarsi in ozio, capitato nello studio d'un pittore, si pose a pingere, giunto in quello d'un letterato, intese a scrivere la sua storia e la dedicò ai morti — Ombre de' trapassati, alzatevi, alzatevi, e leggete la storia dell'ultimo uomo — Vedete umana ambizione! si vuole scrivere sieno o no lette le proprie opere! E poi si meraviglierà ancora se molti pubblicano libri, certi che passano dalla stamperia al pizzicagnolo, se l'ultimo degli uomini scriveva la sua storia e gran mercè per noi che la leggiamo prima che ne nasca l'autore!
Ma omai erano picciola cosa al nostro eroe e pitture e lettere e Roma; ei, signore del mondo, non aveva pace, volea visitar la sua nuova conquista; quindi si dispose a maggiori viaggi.— Addio dunque Italia, addio; vado in traccia di perigli: la morte mi sarà sempre vicina, e l'avrò come un'amica. Accoglietemi, spiriti che imperate alle procelle; trascinatemi, potenze della distruzione, toglietemi la vita se mai non m'è dato trovare un cuore che batta all'unisono del mio. Corre alla riva del Tevere, si prende un buon bastimento, vi pone tutto il bisognevole pel viaggio, e medita lontane contrade. Napoli, la Sicilia, la Grecia, l'Asia, l'Assiria, l'Affrica, il Capo di Buona Speranza, e l'ultimo voto a un'isola delle Indie, e già ha felici presagi nell'apparire in cielo l'arco baleno.
Come poi l'andasse in questo viaggio nol sappiamo: forse Lionello avrà naufragato; forse rapito da qualche meteora fu condotto ad abitare un altro pianeta; forse avrà pensato di morire a Roma, per aver sepoltura nella terra de' Camilli e de' Scipioni. Peccato che non si sappia la sua morte, e che egli non abbia pensato di scriverla; nè era poi tanto difficile in chi ci ha data la consolante notizia che nel 2100 la razza umana sarà tutta andata ad ingrassare i campi.
Non neghiamo che l'idea dell'ultimo uomo sulla terra fra la distruzione delle generazioni, sia sì sublime da commovere la mente de' maggiori poeti: e in questo libro v'hanno talora de' brani fortemente ispirati; ma di questa idea farne un romanzo, e in tre volumi, è vera follia. A ciò si aggiunga che questo libro ridonda di scipite o per lo meno inutili descrizioni, e quella della peste si protrae per un intero volume senza che v'abbia neppure un'immagine nuova: non vi sono passioni, non interesse, poichè fra la morte di tutti, che altro si ha a temere od a sperare, fuorchè finalmente l'eroe privilegiato se ne vada ove lo avremo preceduto? Questo libro, per quanti pregi possa offrire, persuaderà sempre non avervi stranezza che non siasi immaginata dall'umana fantasia, che sovente i romanzi sono i sogni della notte di alcune menti esaltate, e che se non offrono le attrattive del bello morale, e quelle di uno stile purgato e terso, sono l'aborto più spregevole della letteratura.
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