Maria Stuarda. Tragedia di Schiller, recata per la prima volta dal tedesco in italiano da Pompeo Ferrario. – Milano 1819.
(Articolo II.)
Maria Stuarda avea contaminato di gravi errori il suo regno; un delitto atroce le veniva imputato, l'uccisione di suo marito: taluno asseverò ch'ella ne fosse innocente, ma ella avea avvalorata l'accusa sposando chi era tenuto autore di quell'assassinio. Niuna donna più sconsigliata fu mai veduta sedere sovra un trono; niuna fu cagione di maggiori scandali e infortunj al suo popolo: – e nondimeno l'esecrazione de' posteri non s'è attaccata al nome suo.
Elisabetta d'Inghilterra invece eclissò colle sue virtù politiche la fama de' migliori re che stringessero lo scettro britannico: ma quella degna figlia di Arrigo VIII, audacissima come il padre, e più avveduta di esso; quella superba virago che, per non dividere la sua possanza, rinunciava per tutta la vita alle dolcezze conjugali e materne, quella invitta spezzatrice di monarchi, quella benefica legislatrice, quell'eroina – nulla avea di grande fuorchè l'ingegno, – il suo cuore era piccolo, arido, volgare. La natura, dandole un cuore spregevole, vendicava tutti gli altri mortali della loro inferiorità di gloria. I posteri l'ammirano; ma niun palpito affettuoso verrà mai destato dalla memoria di Elisabetta.
Donde ciò? È forse questa un'ingiustizia degli uomini? Non è egli almeno dovere della filosofia di esaltare o deprimere i nomi storici secondo la quantità delle grandi o delle vili azioni commesse dagli individui che li portarono? E se Elisabetta fu lo splendore e la salute della sua nazione, mentre Maria non portò alla Scozia fuorchè avvilimenti e rovine, non si debbe forse aver cara la memoria della prima ed abborrire quella della seconda? – Ma no; non esiste filosofia che comandi amore od odio, giudicando dalla totalita delle azioni, senza considerare anche l'intimo carattere degl'individui che le operarono, e l'accortezza o l'insania delle loro menti: tal filosofia sarebbe il più iniquo de' giudici. Invano un eroe sarà salito al colmo della celebrità e per ingegno e per prosperi casi: guai se in lui traspare allo sguardo degli uomini un cuore malvagio ed abbietto! Per quanti benefizj e quanta gloria egli avesse versato sovra i suoi simili, il sentimento ch'ei potrà ispirare non sarà più mai la benevolenza; questa non può consacrarsi fuorchè agli animi cui non furono ignoti gli affetti teneri. In qualunque errore li abbia strascinati la passione o la debolezza del criterio, i mortali sensibili saranno sempre onorati di amorevole compassione da chi li ricorda.
Non paja quindi strano se un poeta filosofo, un ardente cultore della verità qual fu Schiller, imprendesse così vivamente a commuoverci a favore della colpevole, ma tenera, ma non freddamente scellerata Maria, svelando senza riguardo tutto ciò che nel carattere della grande Elisabetta si ascondeva di turpe. Del resto il delitto di quest'ultima, cioè la violazione dell'ospitalità, l'imprigionamento e la morte di Maria – fosse anche stato l'unico – era un delitto atroce, provato dinanzi all'Europa intiera, mentre molti di quelli apposti a Maria sono dubbj, e se pure da lei commessi, lo furono nel delirio.
Ciò che poi onora infinitamente l'intelletto liberale di Schiller, si è ch'egli, protestante, non siasi per nessuna considerazione astenuto dal far versar lagrime a favore dei cattolici perseguitati, gettando invece senza risparmio tutta l'odiosità meritata sovra la setta protestante, dacchè questa nel regno d'Elisabetta comparve persecutrice.
Or vedasi come egli abbia sviluppata l'azione del suo dramma.
Maria è chiusa nel castello di Fotheringhay. Sono già 19 anni, dacchè, fuggito lo sdegno dei ribellati suoi sudditi, ella si ricoverava con fiducia presso Elisabetta, credendo di trovare, se non una difenditrice de' suoi diritti, almeno una amica pietosa la quale, immemore d'ogni rivalità, si facesse gloria di accogliere una congiunta, una scettrata sua pari, involta nel pianto. L'astuta figlia d'Arrigo VIII l'avea dapprima fatta ricevere con onore; ma dacchè l'ebbe circondata in guisa che più non si sottraesse dalle sue mani, la sottopose ad un giudizio per esaminare s'ella fosse rea od innocente della morte del marito. Maria, non veggendo altro modo di rompere la rete in che era caduta, aderì allora ad alcuna delle trame che gli amici suoi ordirono per liberarla, ma non consentendo però che si attentasse giammai alla vita della tiranna inglese. Queste trame che la perfidia precedente di Elisabetta rendeva scusabili sono il fallo per cui l'illustre prigioniera dee perire. – Maria non ha altra compagnia nel carcere suo fuorchè Anna Kennedy sua vecchia nutrice. Questa fedele seguace s'adira vedendo ogni giorno crescere il rigore col quale si tratta la real donna: niun riguardo si serba al grado in cui nacque Maria; ella è privata d'ogni specie, non solo d'oggetti di lusso, ma di quei comodi che si sono fatti assoluta necessità per chi fu avvezzo al vivere signorile. L'infelice regina però non se ne lamenta. Ella vede con rassegnazione il suo fiero custode, il cavaliere Paulet, venire a schiudere per forza un armadio dove ella teneva le ultime sue gemme e alcune carte, – "In quanto a quest'ultime, dic'ella, voi vi siete appropriato ciò ch'io intendeva di consegnarvi. Tra quegli scritti avvi una lettera per la mia reale sorella d'Inghilterra". – Maria domandava ad Elisabetta un abboccamento. Essendo stabilito dalle leggi inglesi che ogni accusato subisca il giudizio di giurati suoi pari, e pari a Maria non potendovi essere che regine, ella con ragione ricusava i giudici ai quali era stata iniquamente sottoposta. – "Elisabetta è della mia stirpe, del mio sesso, del mio grado: a lei sola, alla sorella, alla regina, alla donna posso manifestare il mio cuore."
Il vecchio custode di Maria ha chi lo vince in ruvidezza; un nipote di esso, il giovine Mortimero è uno dei satelliti che si distinguono per lo zelo contro quella misera. Essa prega il cavalier Paulet di non esporla alle rozze maniere del nipote. – "Da voi, soggiunge ella, posso tollerare assai cose: rispetto la vostra età; ma non so patire l'albagia d'un giovinetto. Risparmiatemi la sua visita." – Un grandissimo effetto viene poscia prodotto dallo scoprire ch'ella fa in Mortimero uno de' più ardenti suoi partigiani. Venuto egli di recente da un viaggio in Francia e in Italia, ha ottenuto tutta la confidenza dello zio, fingendo di partecipare alle sue opinioni; ma lo scopo suo non è altro che di cogliere un momento opportuno onde trovarsi solo con Maria ed informarla dei disperati tentativi a cui egli ed alcuni suoi fidi sono pronti ad appigliarsi per salvarla. Questa scena è della massima bellezza; e lo spettatore dianzi angosciato dalla compassione infinita che desta lo stato umiliante di Maria, giubila tutt'a un tratto scorgendole un campione generoso che rianima ogni già morta speranza. Commoventissimo ancora si è l'udire un segreto che sfugge dal cuore di Mortimero. Maria era la più bella, la più seducente donna di que' tempi: l'essere anco la più infelice non poteva a meno di farla adorare da un'anima fervida come quella del giovine eroe. Egli si tradisce. La povera prigioniera, avvezza da tanti anni a non ricevere più che vilipendj, ha la consolazione – questa non è vanità – è un sentimento naturale e legittimo – ha la consolazione di trovare ancora un mortale che l'onori. Felice lei se potesse concedere a costui il suo cuore! ma per colmo di sciagura la misera donna conserva un resto di passione per uno de' cortigiani d'Elisabetta, il conte di Leicester; ella spera salute da esso, e gli manda una lettera consegnandola allo stesso Mortimero.
Dopo le brevi speranze a cui ella s'è qui abbandonata, eccole comparire il gran tesoriere Burleigh che le viene ad annunciare la sentenza di morte pronunciata dai giudici contro di lei. Maria, stanca di soffrire una sì lunga ingiustizia, vede quasi con giubilo il fine de' suoi patimenti; ma sfoga l'animo suo disprezzando la regina che la condanna e i vili satelliti che s'infamano con essa. Gl'inglesi secondo lei sono un popolo presso cui i santi nomi di virtù, di libertà, di rettitudine, ascondono i germi più disonoranti di vizio, d'iniquità e di bassezza. [...] Il vergognoso ritratto ch'ella fa del carattere servile ed ipocrita di coloro che compongono il governo inglese non irrita il dissimulato Burleigh. Partita Maria, egli si finge altamente sdegnato; ma le sue parole non sono per altro che per tentar di accendere il freddo animo del vecchio Paulet, e indurlo a risparmiare ad Elisabetta l'infamia di essere conosciuta omicida della Stuarda. Burleigh ha ordine da Elisabetta di trovar modo d'avvelenare la prigioniera. È artificiosissimo il giro con cui l'eloquente Burleigh cerca d'insinuare al severo ma onesto carceriere ciò che gli resta onde acquistare tutta la gratitudine della regina inglese. A poco a poco esprime chiaramente la sua idea; e Paulet la rigetta con orrore, protestando che è bensì pronto a rimettere la Stuarda al carnefice quando i giudici lo mandino per decapitarla, ma che fuori delle vie della giustizia non permetterà mai che le si rechi il minimo danno.
L'atto secondo rappresenta il palazzo a Westminster. Elisabetta da gran tempo sollecitata a scegliersi uno sposo, non vuol mostrar di schernire i desiderj del suo popolo, e lascia quindi traspirare la possibilità ch'ella si decida a dar la mano al duca d'Anjou. Invano però l'ambasciatore francese vorrebbe ottenere una risposta affermativa: Elisabetta non porge che lusinghe. L'ambasciatore animato nondimeno dalle buone accoglienze, s'attenta di dimandar grazia per Maria. A questi detti, la regina s'indispettisce e pone fine all'udienza. – Rimasta sola co' suoi consiglieri, investiga la mente loro sovra il destino di Maria. Il pusillanime Leicester, tuttochè amante riamato di Maria, non osa fuorchè debolmente riprovare la morte che le si appresta; egli ostenta un grande zelo per la fama di Elisabetta, e dice che la potenza di questa è già abbastanza sicura, perchè non s'abbia a reputar necessario un atto di severità che darebbe troppo rilievo al nome disprezzato della Stuarda. Chi ardisce difendere quest'infelice è lord Talbot, un venerando vecchio abborrito dalla regina, ma ch'ella è costretta a rispettare pel sommo credito ch'egli ha nella nazione. [...]
Elisabetta, sembra impietosirsi considerando le circostanze che possono attenuare le colpe di Maria; ma disgraziatamente l'improvvido Talbot ricorda le doti della Scozzese, per le quali l'invidiosa Elisabetta le è maggiormente nemica. Egli dice che Maria ereditò lo sfuggevole patrimonio della bellezza, che le sue attrattive offuscavano quelle d'ogni altra donna, ch'ella non meno era resa superba dell'avvenenza delle forme che dal nascimento….. La regina d'Inghilterra a cui la natura aveva negata la bellezza, e che di nascimento era riputata bastarda, non sa più contenersi: interrompe fremendo il discorso di Talbot, lo biasima che nel suo petto senile le attrattive d'una sirena abbiano acceso una fiamma ridicola, e lascia a divedere tutta l'immensità dell'odio ch'ella cova contro Maria, e che vanamente si sforza di mascherare. – Nel seguito di quest'atto Elisabetta ha un colloquio con Mortimere, al quale dà l'incarico di avvelenare La Stuarda. Mortimere si abbocca quindi con Leicester, e gli rimette la lettera di Maria; Leicester benchè sempre tremante si lascia riscaldare dall'entusiasmo di Mortimere, promette di adoperare ogni suo potere per salvare i giorni della donna ch'egli ama; e induce poscia infatti Elisabetta a vedere Maria, sperando egli che la presenza di questa sventurata disarmi la collera della rivale. Le due regine non si sono mai mirate faccia a faccia. La meno bella ha sempre temuto di venire in confronto coll'altra. Ora però la maligna inglese si strugge del desiderio di paragonare segretamente l'odiata donna a sè, e di trarre da questa vista o il coraggio di lasciarla vivere disprezzandola come inferiore, o il coraggio di farla morire riconoscendo la superiorità di colei. L'infinto Leicester con adulare l'altera regina e giurarle amore, vilipende la pretesa bellezza di Maria. [...] Elisabetta s'arrende, e la visita di essa ha luogo nell'atto seguente.
La scena è a Fotheringhay, Maria è fuori di se dalla gioja all'aprirlesi le odiate mura del carcere. Le viene conceduto di passeggiare nel parco ed ella ne ignora il perchè. Schiller fa qui parlare la Stuarda in versi lirici; un linguaggio più poetico non disconviene infatti ad esprimere i trasporti con cui dopo tanti anni di prigione Maria di nuovo può respirare un'aria aperta. Ella è quasi in un delirio di allegrezza e di speranza: ma quando le vien detto che Elisabetta è venuta a caccia in questi contorni, e che si lascierà da lei vedere, un tremore invincibile s'impadronisce di lei; ella si pente d'aver domandata questa visita; non trova in se tanta virtù da sostenere lo sguardo d'una nemica da cui ha ricevuto tanto male. I consiglia di Talbot vengono ad unirsi a quelli della nutrice di Maria, ed ottengono che questa freni il suo sdegno, e si umilii dinanzi alla donna che può tutto sovra di lei. Maria si prostra a' piedi della regina inglese; ma traspare nelle sue preghiere l'odio che le ispira la presenza di colei. Elisabetta non le stende la mano, non rialza da terra la sventurata, le rimprovera duramente i suoi delitti: la bellezza di Maria è troppo splendente onde Elisabetta non si senta vieppiù irritata, vieppiù ansiosa d'immolare la sua rivale. Maria provocata da acerbi insulti risponde finalmente con tutta l'alterezza che le si addice; non il morire l'affliggeva, ma il non poter mostrare il suo disprezzo alla più vile delle donne, a una usurpatrice di fama non meritata, a una bastarda, a una Messalina la quale imprecando farisaicamente alle altrui debolezze si abbandona a tutte le infamie ch'ella mal copre col manto dell'impostura. Il furore d'ambe le parti è all'estremo. Elisabetta fugge; Mortimero che ha udito questo colloquio, accorre giubilante per la confusione in cui ha veduta l'abborrita Elisabetta. Non essendovi più alcuna speranza di grazia per Maria, egli alla testa de' suoi seguaci verrà nella prossima notte ad assalire il castello e a rischiar tutto. Maria non vorrebbe che si versasse nuovo sangue per lei; ma Mortimero non ode più fuorché i consigli dell'amore disperato che lo invade, e ch'egli osa esprimere colle più forsennate dichiarazioni. Il cavalier Paulet, custode della prigione, interrompe questa scena, entrando spaventato, e narrando che la regina d'Inghilterra è stata assalita da' congiurati sulla strada di Londra. Mortimero è sbalordito da questa notizia ch'egli teme non vera. Rimasto solo, ei viene raggiunto da uno de' suoi fidi che lo incalza a fuggire. Tutto è perduto. Un congiurato investito da zelo religioso, un barnabita di Tolone, è quello che per liberare la chiesa di Dio, ha vibrato il colpo contro Elisabetta; ma la sola veste fu percossa; e Talbot ha disarmato l'assassino. Mortimero ricusa di fuggire: "Voglio tentare un'altra volta di salvare Maria; ove non mi riesca, possa io almeno venir composto nel suo feretro."
L'atto quarto è nel palazzo d'Elisabetta. Fra le carte di Maria è stato trovato il principio d'una sua lettera a Leicester, la quale lo compromette gravissimamente. Mortimere è quegli che viene ad avvertirnelo. Leicester vedendosi perduto se non si salva con qualche straordinario artifizio, ha la viltà di cedere al più esecrando pensiero. Tutt'in un tratto chiama le guardie, fa arrestare il generoso giovane come autore d'una congiura, e corre ad Elisabetta, a cui fa credere ch'egli era in corrispondenza con Maria per indagare tutti i pensieri di essa, e in grazia di che ha scoperta la trama ordita da Mortimere. Questi sdegnando di riaccusare il vilissimo accusatore, e disperato nell'amore, e sollecito di non perire sotto le mani dei carnefici – si svena; e siffatto suicidio salva Leicester dai pericoli d'un confronto. Elisabetta sollecitata dal feroce Burleigh e dal perfido Leicester medesimo, firma la sentenza di morte contro Maria.
L'atto quinto rappresenta di nuovo il castello che serve di prigione alla Stuarda. La nutrice di essa, vestita a bruno, attende lagrimando a sigillare lettere e plichi. Il cavaliere Paulet, e un altro de' custodi, entrambi vestiti pure a bruno, entrano seguiti da molti famigli carichi di vasellame d'oro e d'argento e altri oggetti di lusso appartenenti a Maria, e dei quali le si concede di disporre nel suo testamento. Tutti sono nel più profondo silenzio. Essendo stato dato il permesso a Maria di rivedere per l'ultima volta i suoi antichi servitori, Melvil che fu già suo maggiordomo ottiene di presentarsele. Varie persone che furono al servizio dell'infelice regina si radunano per ascoltare le sue estreme parole. Ella entra, saluta pietosamente ciascuno degli astanti, li conforta, li benedice, li prega d'accettare i doni che loro fa nel suo testamento. "E se vi è a cuore la mia ultima preghiera (soggiunge ella) non rimanete in Inghilterra, affinchè il Bretone non pasca il superbo suo cuore della vostra infelicità, non vegga nella polvere coloro che mi hanno servita." (I). Congedati tutti fuorchè Melvil, Maria esprime il suo rammarico pel rifiuto che le è stato fatto di darle un confessore cattolico. Melvil le palesa ch'egli ha preso gli ordini sacri, e le porge un'ostia che il medesimo sommo pontefice ha consacrato e le manda. Ella allora si prostra e si confessa rea di molt'odio contro Elisabetta, e di colpevoli amori verso uomini che ella non doveva amare, come pure del più orrendo de' suoi delitti, la morte del marito; ma si protesta innocente della colpa per cui viene condannata, cioè di tutte le trame ordite contro la vita di Elisabetta. Questa scena di nuovissimo genere è un capo d'opera. Nè si può per verun conto imputare a Schiller d'aver mancato al decoro ed al buon gusto avventurando sul teatro la rappresentazione del più augusto fra gli atti di culto della Chiesa romana: l'unione mistica del Dio che perdona col mortale colpevole che si pente all'ora della morte. Nulla v'è in se stesso di più poetico delle idee religiose allorchè sono chiamate naturalmente dal soggetto.
Tanto coloro i quali temono che sia un profanarle ponendole sul teatro, come coloro che se ne sdegnano, quasi si voglia mutare il palco scenico, che è una tribuna della filosofia, in un pulpito di missionarj, hanno, secondo noi, egualmente torto. Tutte le costumanze religiose formano una parte troppo ragguardevole della storia dell'uomo, perchè il poeta non le riferisca ogni volta che un tratto della storia ch'egli dipinge venisse a non essere ben lumeggiato senza di esse. E in quanto ai primi, cioè a quelli che si scandalizzano vedendo concorrere la religione allo sviluppo d'un dramma, si potrebbe dimandar loro perchè essi non si scandalizzino leggendo nel Tasso e in tanti altri poemi egregie descrizioni de' riti cristiani. È forse più profana una rappresentazione eseguita da parecchi attori, che non un poema letto solitariamente da un uomo? Confessiamo di non saperne indovinare la ragione, tanto più quando vedesi che certi componimenti sacri sono applauditi universalmente, e che niuno s'attenta di chiamare sacrilega, per esempio la Passione di Cristo del Metastasio e tanti altri oratorj che veggiamo ogni tratto.
È tempo una volta che si rinunzi a quelle reliquie di pregiudizio che i nostri pii bisavi ci hanno tramandate contro il teatro. Quando l'ignoranza e il cattivo gusto riproducevano sul moderno teatro le oscenità della commedia greca e latina, allora gli uomini pii aveano ragione di screditare come contrarie alla morale, e quindi alla religione, le rappresentazioni drammatiche. Ma dacchè l'incivilimento ha purgata la scena dalle sozzure dell'antichità, dacchè le madri di famiglia e le loro figlie assistono senza arrossire a' nostri spettacoli, su che cosa si fonderà ancora l'orrore che alcuni pretendono conservare contro la scena?
Qualora le idee religiose non sieno poste in ridicolo, non vi può essere empietà introducendole in un dramma. E questo è il caso della scena surriferita di Schiller. – Non taceremo però che i riti quotidianamente veduti, esaltando poco l'immaginazione presso di noi, Schiller forse avrebbe esitato alquanto prima di comporre quella scena, s'egli l'avesse destinata a paesi cattolici. Ognuno sente quanto più poetiche debbano essere pei protestanti che per noi le pitture delle nostre auguste cerimonie religiose: chi ama le citazioni, e non si fida del semplice buon senso, vada a vedere Orazio, e troverà che la distanza di tempo o di luogo è molto propizia alla poesia.
Ci si perdoni questa piccola digressione, e torniamo alla povera Stuarda. – Dopo un colloquio ch'ella ha con lord Burleigh, cui commette di portare il suo fraterno saluto e il suo perdono a Elisabetta, entra uno sceriffo con un bastone bianco in mano; dalle porte che sono aperte si vedono uomini armati di fuori. – Il distacco di Maria dalle persone che l'amano è dolorosissimo. S'incontra in Leicester, e questo colpo le è forse il più crudele. Ella finalmente passa nella sala del supplizio. Leicester rimane solo, tormentato dai rimorsi; egli vorrebbe ancora vederla, s'avvicina alla sala funesta, un invincibile orrore ne lo respinge. Vorrebbe uscire di quella casa del terrore e della morte; ma la porta è chiusa. [...]
Dopo le ultime parole pronunziate nel massimo orgasmo, e dopo un momento di pausa, Leicester è preso da un tremito convulsivo, e cade tramortito sul pavimento. Un sordo miscuglio di grida che si va lentamente propagando annunzia che l'esecuzione è compiuta. Frattanto si cangia la scena, e si vede Elisabetta nella sua camera, ansia di sapere se la sua rivale è perita. "Perchè mi prende questo spavento?... La tomba copre il mio timore: e chi oserà dire che fossi io! Non mi mancheranno lagrime da piangere l'estinta." – Talbot viene a supplicare per Maria. Ella finge di consentire a un indugio e a nuovi esami; ma ode che il segretario a cui la sentenza era stata rimessa l'ha già fatta eseguire; e protestando ch'ella gliel'avea soltanto rimessa per serbarla, inveisce contro questo innocente ministro de' suoi comandi, e lo fa arrestare come reo d'aver varcato audacemente il limite de' suoi poteri. – Il giusto Talbot non è però illuso dall'ipocrisia d'Elisabetta, e rinunzia nelle mani di essa il sigillo che gli venne affidato per dodici anni. – Invano ella lo scongiura di non abbandonarla. – "Perdona, dic'egli, io sono troppo vecchio, e questa mano è troppo irrigidita per mettere il suggello alle nuove tue imprese". – Elisabetta cerca di lord Leicester; essa rimane sbalordita udendo ch'ei s'è imbarcato per la Francia. – Così finisce la tragedia.
La traduzione del sig. Ferrario è fedele, e si legge con piacere. Ci permetta egli nondimeno di rilevare, come una piccola trascuratezza, facile ad emendarsi, il frequente uso ch'egli fa interrogando della voce cosa? invece di che? o che cosa? Egli può giustificare, senza dubbio, quel suo modo, allegando alcune autorità; ma basta che i migliori nostri scrittori l'abbiano riprovato, perchè ci sembri di doverlo riprovare anche noi. Un altro rimprovero oseremo fare al valente traduttore, e si è di aver dato senza motivo la desinenza italiana ad alcuni nomi stranieri che meglio è lasciar intatti per agevolare ai lettori i riscontri colla storia. Concediamo che invece di Stuart si dica Stuarda, giacchè la celebrità di questo nome così da noi italianizzato renderebbe inopportuno un deviare dall'abitudine; ma perchè se il sig. Ferrario ha detto Leicester, Talbot, Burleigh e non Leicestero, Talbotto, Burleigo, cangia poi egli i nomi di Paulet e d'Aubépine in Paoletto ed Albaspina? Valgano, se non altro, queste lievi censure a dimostrare che nulla di grave abbiamo trovato da criticare in questa traduzione.
S.P.
(I) I lettori potranno formarsi un'idea dell'atto patetico di questa scena di addio, richiamandosi al pensiero i congedi della Vestale nell'ultimo atto dei quel ballo di Viganò.